Quest’opera di appartiene alla tipologia dei trittici portatili che la bottega di Baldassarre degli Embriachi produceva attorno 1410-1420, seguendo dei modelli predefiniti dallo scultore fiorentino Giovanni di Jacopo; questi prevedevano anche una decorazione dipinta (Tomasi 2010, p. 82). I trittici a due registri di solito sono costituiti da cinque placchette nella parte centrale e due nelle parti laterali. Il sistema della composizione del trittico risulta modulare e i riquadri con listelli eburnei venivano in genere scelti dagli acquirenti (Tomasi 2010, p. 93). Nell’opera della Pinacoteca di Faenza, il Battesimo di Cristo della parte centrale non trova dei paragoni negli altri polittici portatili della bottega (Tambini 2007, p. 33); gli altri soggetti invece si ripetono spesso e sono il tipico frutto di una produzione seriale. I quattro santi nelle ali possono essere identificati con San Giacomo Maggiore, Sant’Antonio abate, San Michele Arcangelo e un santo diacono (probabilmente Santo Stefano, ma interpretato come Sant’Antonio da Padova da Casadei 1991, p. 35). Come già notò Elena Merlini (1991, pp. 54-55), il trittico di Faenza stilisticamente è vicino ai cofanetti della Certosa di Pavia (oggi al Metropolitan Museum of Art di New York, inv. 17.190.490).
L’altarolo di Firenze è giunto nella Pinacoteca nel 1867 dalla chiesa di Santa Cristina del convento dei cappuccini di Faenza, in seguito alle soppressioni postunitarie (Donato 1956, p. 184). Bisogna notare che la chiesa fu costruita solo dopo il 1571, quando il cardinale Girolamo Rusticucci donò cinque tornature (antica misura agraria, 300 m circa) per la costruzione del convento (ibidem, p. 121.); dunque la destinazione originale del polittico rimane sconosciuta, e però, per la funzione di oggetto di devozione personale dell’opera e la preziosità del manufatto, si potrebbe ipotizzare una provenienza da qualche famiglia nobile di Faenza o di un’altra città. Le basi svasate dei trittici indicano che essi dovevano essere posti su un piano (Tomasi 2007, p. 169).
Le ante mobili del trittico avevano probabilmente due funzioni: il trasporto più facile e la maggior resistenza dell’altarolo. Quando non si utilizzava il trittico per un’adorazione o per la preghiera esso veniva richiuso: da qui la necessità di ornare la parte esterna delle ali, il cui soggetto veniva scelto dal committente. Fra le decorazioni pittoriche fatte eseguire dalla bottega degli Embriachi nei trittici portatili, Tomasi (2007, p. 169) distingue tre tipi: una stesura compatta color indaco messo senza preparazione con un pigmento a legante acquoso, gli angeli oranti e il sole raggiante antropomorfizzato, eseguiti a monocromo.
Trittici portatili con due angeli affrontati simili a quello di Faenza si trovano alla Walters Art Gallery di Baltimora (inv.71.98), al Museo Nazionale del Bargello a Firenze (inv. 5A), al Museo Arqueológico Nacional di Madrid (inv. 52108), al Kunsthistorisches Museum di Vienna (inv. 8024), al Kunstgewerbemuseum di Berlino (inv. F2403) e al Duke Museum of Art di Durham (inv. 1966.29: quest’ultimo trittico e quello di Berlino presentano però un unico registro).
La decorazione dell’opera di Faenza molto probabilmente deriva dal trittico veneziano risalente al settimo decennio del Trecento e oggi custodito al Victoria and Albert Museum di Londra (inv. 143-1866), che all’esterno degli sportelli contiene le tracce di due angeli, probabilmente eseguiti in metallo o in avorio ma oggi perduti (Tomasi 2010, p. 78). Non tutti gli angeli dipinti sui trittici portatili possono essere assegnati alla stessa mano, ma probabilmente sono dovuti a vari artisti provenienti dalla stessa bottega fiorentina (ibidem, p. 81). In base a un confronto con gli angeli di un trittico del Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, Anna Tambini (2007, p. 37, fig.9) ha proposto di attribuire quelli dell’altarolo faentino al Maestro di Montefloscoli. Recenti studi hanno tuttavia riportato il nome di Rossello di Jacopo Franchi, l’attività artistica del quale – soprattutto negli anni 1410-1420, ancora sugli esordi di Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti – risulta più vicino allo stile degli angeli (Elisa Camporeale e Andrea De Marchi, comunicazione orale in Tomasi 2007, p. 175, n. 23). Dunque, si potrebbe attribuire la decorazione pittorica del trittico di Faenza a un artista della bottega di Rossello di Jacopo Franchi. A questo punto risulta plausibile anche l’ipotesi (Tommasi 2007, p. 173), secondo la quale Baldassarre degli Embriachi, dopo il suo trasferimento a Venezia, rimase comunque in contatto con dei pittori fiorentini di cui occasionalmente chiedeva l’intervento.