L’opera costituisce insieme alla Rea Silvia e alla Cecilia Metella un nucleo unitario per formato, soggetti rappresentati e per destino collezionistico. Protagoniste sono tre figure femminili della storia repubblicana di Roma antica delle quali viene rappresentato un episodio che tratteggia la drammaticità del destino individuale.
Quella della Vestale Emilia è una vicenda celebre della storia di Roma che vide un clamoroso processo (113-114 a. C) a tre vestali, Emilia, Licinia, Marzia, accusate, forse ingiustamente, di aver contravvenuto agli obblighi di castità, incesta Vestalium virginum (fonti Cicerone e Plutarco). Tale processo si chiuse con la condanna a morte delle accusate. È stato sottolineato quanto il fenomeno dei processi alle vestali si sia più volte ripetuto nella storia di Roma, in momenti particolarmente gravi per la sopravvivenza dello stesso Stato e dunque abbiano sempre avuto una connotazione politica ed espiatoria, piuttosto che morale. Le vestali, soggetti del mondo pagano combattuti tra la libertà dei propri sentimenti e gli obblighi comportamentali imposti da un ruolo sociale, affascinarono poi, nella seconda metà del XVIII secolo, la nascente sensibilità romantica diventando anche il soggetto di diverse pitture esposte al Salon, e di un melodramma musicato da Gaspare Spontini (1805), poi ripreso da Beethoven e Rossini. Diversi anche i pittori italiani che si confrontarono con il tema del supplizio delle vestali, come Giuseppe Cades, Vincenzo Camuccini, Giuseppe Bossi, colpiti dagli eccessi di crudeltà che una società evoluta come quella romana aveva però saputo elaborare.
Anche Giani rimase particolarmente attratto dalle figure delle vestali e ne esemplificò diverse vicende, come nella sala di Numa a Palazzo Milzetti a Faenza o nella sala delle Vestali in Palazzo Mancinelli a Jesi.
Nella piccola tela in questione, il pittore sceglie di non rappresentare l’episodio culmine dell’azione, la condanna di Emilia, ma il momento emotivamente più intenso della vicenda umana, quando la vestale, in preda all’angoscia, prega perché le sia risparmiato un amore impossibile e sacrilego.
L’ immagine, come quella delle altre due tele del gruppo in Pinacoteca, è risolta con grande economia e sapienza compositiva all’interno di un elegante ovale. Ricorrendo a un efficace linguaggio scenico, Giani colloca la figura all’interno della cella di un tempio, prostrata di fronte alla statua della dea. Il colpo di teatro, nonché l’illusione di cogliere furtivamente un avvenimento intimo e segreto sono assicurati.