San Girolamo è inginocchiato davanti al crocifisso, e ai suoi piedi si trova accovacciato il leone che richiama l’episodio narrato nella tradizione agiografica secondo il quale la bestia, ferita da una spina conficcatasi nella zampa, fu curata dal santo e per questo gli rimase fedele. All’interno di una grotta, il santo in penitenza con una mano sostiene la croce, mentre con l’altra stringe una pietra al petto nell’atto di percuotersi.
L’opera scultorea venne plasmata dall’artista ferrarese Alfonso Lombardi per l’amico Sabba da Castiglione (Milano, c. 1480- Faenza 1554) cavaliere di Malta ed erudito, e collocata ad arredo dello studiolo che questi aveva ricavato in un ambiente del campanile della chiesa di Santa Maria Maddalena della Magione nel borgo Durbecco a Faenza. Nei suoi Ricordi, fra Sabba menziona l’autore “Alfonso Lombardo da Ferrara, eccellente et ingegnoso in figure di marmo, ma più di terra, la cui maniera dolce et dilettevole communalmente piace ad ogni buon gusto”, e l’opera “di terra ma finta di bronzo”, in riferimento alla colorazione originaria, che imitava questo materiale, oggi ancora attestata da piccole tracce di tinta scura presenti sulla superficie in terracotta (Ferretti 2004).
Oltre alla capacità di contraffare i materiali, in questo piccolo rilievo Alfonso Lombardi dimostra le sue abilità di plasticatore nella resa naturalistica delle asperità e delle rocce. Anche la piccola figura demoniaca acefala, rappresentata con gli arti inferiori in forme caprine, che si inerpica sul ciglio superiore dell’anfratto alle spalle del santo e simboleggiante le tentazioni al peccato, cui egli dovette resistere durante il suo ritiro, è ottenuta tridimensionalmente rendendo l’idea di uno spazio più ampio. Il rilievo del San Girolamo presenta alcune analogie compositive con quello di uguale soggetto della tomba Pasi di Pietro Barilotto, conservata al cimitero di Faenza, ed è indicativo del rapporto tra Alfonso Lombardi e gli scultori di ambito territoriale faentino.
Lombardi dovette eseguire la sua opera per Sabba intorno alla seconda metà degli anni 1520: in questo periodo egli, infatti, era attivo a Bologna, in Santa Maria della Vita e per i rilievi marmorei del portale sinistro di San Petronio, e nella stessa Faenza, ove realizzò per l’oratorio di San Giovanni Battista il monumentale gruppo con la Vergine e i Santi, anch’esso conservato in Pinacoteca (Giannotti 2020). Sul bottone che ferma la veste del santo, si distingue impressa nell’argilla la minuscola figura di un uomo in atto di sollevare un vaso. È la rappresentazione di Butades di Sicione, mitico vasaio di Corinto, che secondo autori classici (fra cui Plinio il Vecchio) e fonti moderne (quali Pomponio Gaurico), fu tra i primi inventori della terracotta: utilizzata da Alfonso Lombardi come sigillo per chiudere alcune lettere inviate a Federico Gonzaga, qui probabilmente ha la funzione di una firma (Calogero 2020). Alla sua morte Sabba destinò questo oggetto, che anticamente era incastonato in un tabernacolo ligneo, assieme ai suoi libri ed altri oggetti d’arte, alla biblioteca della scuola per fanciulli poveri da lui fondata presso la Commenda della Magione (Cortesi 2000).
Oltre a questo rilievo in terracotta, la Pinacoteca di Faenza conserva alcuni pezzi d’arredo della dimora di Sabba alla Commenda, ovvero «una urna antica di alabastro orientale, con alcune vene di calcedonio», menzionata nei Ricordi, il busto in marmo di San Giovannino attribuito a Benedetto da Maiano e la tavola da mensa intarsiata, opera di fra Damiano Zambelli.