Natura morta con pesci, seppia e ricci di mare
lascito Zauli Naldi, 1965
Ardua da datare con finezza ma collocabile negli anni ’70 del Seicento, la Natura morta con pesci, seppia e ricci di mare è, oltre le gabbie convenzionali del genere, il pezzo napoletano più importante delle raccolte faentine oltreché un campione di prima maturità del pittore, il più noto della famiglia Recco. Il maestro riversa quanto appreso delle sciccherie e dei virtuosismi di superficie del Ribera in una composizione apparentemente semplice ma di mirabile giustezza.
Da sola la scrittura liberissima dei pesci, crivellati di una miriade di minuscole pallottole di luce, basterebbe a indicare come le migliori sortite della scena post caravaggesca di Napoli si brucino nell’arco di un trentennio: tra l’esaurimento dello sperimentalismo caravaggesco lungo gli anni ’20 e il ritorno di Ribera ai virtuosismi di pennello e alla bella pittura mentre, tra questi fuochi, provano ad alzare il capo Luca Forte, Giovanni Battista Recco e altri specialisti di natura morta. Il realismo circostanziato del disegno tono su tono della superficie della gerla colma di ricci o del chiodo messo a equilibrare la composizione; per non dire del pesce, teso come lama rossa dentro un basso continuo di scuri. Sono altrettanti dettagli di inaudita sottigliezza che pretendono, ieri come oggi, l’ausilio e la disponibilità di uno spettatore attento.
Ed è questa l’eredità più impegnativa da amministrare per noi, avvezzi nell’era dei social a guardare tutto senza vedere nulla. Culminante nel chiodo su cui è issato il pesce che stacca un’ombra sul muro, il dipinto faentino è la prova che la nostra rieducazione visiva passerà anche attraverso l’esperienza di quell’attivatore di attenzione che sono, a ben vedere, i quadri di natura morta.

