Madonna dell’Umiltà

Madonna dell’Umiltà

Catarino Veneziano

data opera
1370 - 1380
tecnica
tempera su tavola
dimensioni
85 x 67 cm
provenienza opera

sconosciuta; 1931 arrivata alla Pinacoteca Comunale di Faenza con il lascito di Michele Bosi; esposta in Pinacoteca dal 1959

descrizione breve

La tavola rappresenta una Madonna dell’Umiltà, ovvero la Vergine seduta per terra, modestamente, con Gesù Bambino tra le braccia. La figura è inscritta in un arco polilobato e si staglia contro un fondo rosso acceso: una composizione che Catarino utilizza anche in altre sue opere come quelle del Museo di Palazzo Venezia a Roma, o della chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia. Le figure dai personaggi vengono esaltate dai raggi di luce dorata che contrastano con lo sfondo.

Ad attribuire l’opera a Catarino è stata Francesca Flores D’Arcais (1965), la cui opinione è messa tuttavia in dubbio da alcuni studiosi che sottolineano l’insicurezza del pittore nel disegnare le braccia e lo scorcio dei piedi. Questa opera potrebbe appartenere dunque a un seguace di Catarino che cerca di imitare i modi del maestro.

collocazione
n° inventario
102

La tavola di Faenza colpisce subito per il suo fondo rosso acceso, molto amato da Catarino che lo utilizza in alcune altre sue tavole. Il quadro raffigura, in una cornice centinata e polilobata, la cosiddetta Madonna dell’Umiltà, ovvero la Vergine che regge il Bambino seduta per terra. Con tale iconografia viene efficacemente sottolineata la modestia di Maria e la sua vicinanza allo spettatore, al contrario dell’immagine della Maestà che la raffigura sul trono, esaltandola. La moda della Madonna dell’Umiltà fu lanciata a Venezia da Lorenzo Veneziano e venne ripresa molto frequentemente dallo stesso Catarino, come nella tavola della Collezione Perkins (si veda F.Zeri, La Collezione Federico Mason Perkins, Torino 1988, pp. 84-85) – probabilmente la prima eseguita dal pittore con tale iconografia (Guarnieri 2006) – in quella in collezione privata a Mantova (si veda A. De Marchi, Il Vero Donato Veneziano in “Arte in Friuli-Arte a Trieste”, 2003, 21-22, pp. 63-72), nella Chiesa di San Francesco della Vigna, nel Worcester Art Museum (inv. 1923.213), nel Museo del Palazzo Venezia a Roma (si veda B. Berenson Pitture Italiane del Rinascimento. La Scuola Veneta, vol. I, Firenze 1958, p. 63) e perfino nel polittico del Walters Art Museum (inv. 37.635), dove occupa il pannello centrale dell’opera.

L’opera entrò in pinacoteca col lascito di Michele Bosi nel 1936 (Tambini 1982, 2007) o nel 1931 (Casadei 1991), ma venne ripulita ed esposta solo a partire dal 1959. Il primo a pubblicarla fu Ennio Golfieri (1964) che la attribuì a un anonimo pittore romagnolo fortemente influenzato dalla pittura bolognese di tardo Trecento. L’attribuzione a Catarino fu proposta per la prima volta da Francesca Flores D’Arcais (1965).

Purtroppo la provenienza della tavola rimane sconosciuta. Non si conosce alcun documento che attesti Catarino al di fuori della Dalmazia e del Veneto, nonostante la presenza di diverse opere a lui attribuite in altre regioni, come per esempio la tavola di San Leo (Marchi 2000), forse proveniente dal convento francescano di Pietracuta, dove la firma del pittore è mutila (“[—]rinus”). Rimane comunque noto il commercio di tavole veneziane, a partire dalla bottega di Paolo Veneziano, lungo le coste dell’Adriatico (si veda De Marchi, Per un riesame della pittura tardogotica a Venezia in “Bollettino d’Arte”, 44-45, 1987, pp. 25-66).

Anna Tambini (1982) mette in dubbio l’attribuzione dell’opera di Faenza a Catarino, sottolineando la differenza di stile rispetto al maestro, e “le incertezze nel braccio del Bimbo e nello scorcio dei piedi e per la povertà della decorazione”.

Effettivamente, paragonando la tavola della Pinacoteca di Faenza con le altre firmate dal pittore, si nota subito la mancanza di ricchi ornamenti nel manto della Vergine, in questo caso limitati solo al bordo e alla fascia centrale della tonaca. Vi si intravedono anche tracce della antica decorazione del manto del Bambino. Si nota inoltre una maggiore rigidezza dei contorni nel disegno e un chiaroscuro più accentuato.

La differenza si osserva soprattutto dal confronto con le due tavole attribuite a Catarino oggi nella Chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia e nel Museo del Palazzo Venezia a Roma (Berenson, Pitture Italiane del Rinascimento. La Scuola Veneta, vol. I, Firenze 1958, p. 63), entrambe ad arco polilobato, che raffigurano la Madonna dell’Umiltà sempre su fondo rosso. Per quanto vi sia una forte somiglianza degli elementi compositivi e iconografici, nella tavola faentina si scorge una sensibilità diversa nella resa dei panneggi, dove le pieghe del manto della Vergine non sono ben delineate, probabilmente a causa anche di restauri troppo invasivi. Lo stesso riguarda la volumetria dei corpi, ottenuta mediante l’uso di una biacca molto grumosa, rispetto alle pennellate più sottili e trasparenti delle altre due Madonne autografe dell’artista veneziano. In tal caso, come già ha ipotizzato Anna Tambini, il pittore di Faenza potrebbe essere un seguace di Catarino che tenta di imitare il maestro.

CASADEI 1991
S. Casadei, Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991, n.57

FLORES D’ARCAIS 1965
F. Flores D’Arcais, Per il catalogo di Catarino, in “Arte veneta”, 19, 1965, pp. 142-144, fig. 186

GOLFIERI 1964
E. Golfieri, Pinacoteca di Faenza, 1964, n. 3

GUARNIERI 2006
C. Guarnieri, Per un corpus della pittura veneziana del Trecento al tempo di Lorenzo in “Saggi e Memorie di storia dell’arte”, 30, 2006, p. 27

MARCHI 2000
A. Marchi, Pittura veneta nelle Marche, Cinisello Balsamo 2000, pp. 40-42

TAMBINI 1982
A. Tambini, Pittura dall’Alto Medioevo al Tardogotico nel territorio di Faenza e Forlì, in “Quaderni della città e del territorio”, 5, 1982, pp. 63-64

TAMBINI 2007
A. Tambini, Il Gotico in Storia delle arti figurative a Faenza, Faenza 2007, p. 190

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Daria Borisova