Madonna col Bambino e santi Francesco, Michele Arcangelo, Agostino (?), Caterina d’Alessandria, Chiara

Madonna col Bambino e santi Francesco, Michele Arcangelo, Agostino (?), Caterina d’Alessandria, Chiara

Giovanni da Rimini

data opera
1300 - 1305
tecnica
tempera su tavola
dimensioni
50 x 35 cm
provenienza opera

acquistato da Filippo Fabbri di Faenza (1899)

descrizione breve

La tavoletta – uno dei primi esempi della scuola riminese di Giotto – raffigura cinque santi nel registro inferiore e la Madonna col Bambino nel registro superiore, derivata dal tipo detto ‘Madonna Pelagonitissa’, che è una variazione della cosiddetta Madonna Eleousa (Madonna della Tenerezza). Questa rara iconografia, diffusa nell’arte bizantina, potrebbe risalire a un prototipo perduto che si trovava già a fine Duecento in area romagnola.

Il dipinto mostra il precoce interesse di Giovanni da Rimini per l’arte di Giotto, che nei primissimi anni del Trecento operava a Rimini nella chiesa di San Francesco. Vi si nota, per esempio, il tentativo di mostrare la profondità della scena, con gli angeli che reggono il drappo dietro la Madonna, e di raffigurare i volumi del corpo sotto i drappeggi.

Carlo Volpe aveva ipotizzato che l’opera facesse parte di un dittico, la cui parte mancante potrebbe forse raffigurare l’Orazione nell’orto, come si vede nella tavola del Maestro di Forlì custodita all’Ermitage di San Pietroburgo (inv. 6314). La presenza dei santi Francesco e Chiara potrebbe suggerire un’eventuale provenienza della tavola da un convento di francescani o di clarisse.

L’unica notizia che possediamo su questa opera risale al 1899, quando la Pinacoteca di Faenza l’acquistò da un privato, Filippo Fabbri.

collocazione
n° inventario
92

Si tratta di una delle più precoci opere di Giovanni da Rimini.

La raffigurazione della Vergine di solito si associa con schemi noti nella pittura bizantina come quello della Madonna Pelagonitissa o Vzygranye, che indica il bambino che gioca, una variazione di Madonna Eleousa (Madonna della Tenerezza). Il primo esempio noto di questa tipologia pare essere una miniatura serba del XIII secolo 1 proveniente dalla regione di Prizren in Kosovo. Il termine “Pelagonitissa” può derivare da un prototipo perduto originario della regione macedone di Pelagonia, giacché in Macedonia si trova anche in iscrizioni che accompagnano l’immagine della Madonna, come per esempio nell’affresco della chiesa di San Giorgio in Staro Nagorcino, risalente al 1316-1318.

Nella tavola della Pinacoteca di Faenza il gruppo Madre-Figlio mostra leggere differenze rispetto all’iconografia canonica di questo tipo, perché nel nostro caso Gesù volge la schiena alla Madre, invece che allo spettatore 2 . Con questa variazione esiste un’altra icona, attribuita a Maestro di Forlì, conservata presso il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (inv. 6314). Per la rarità e peculiarità di tale iconografia in Italia, Zeri ipotizzò l’esistenza di un prototipo di origine bizantina in Romagna 3 . Le carte d’archivio confermano per giunta l’esistenza di numerose icone greche nelle case riminesi del XV secolo 4 . Anche il registro inferiore mostra la conoscenza di soluzioni bizantine, nella distribuzione paratattica dei santi e soprattutto nell’arcangelo Michele che regge in mano il globo e la croce. (Benati 2021). Nonostante questi elementi di origine orientale, vi sono alcuni accenni della curiosità di Giovanni da Rimini per lo stile di Giotto. Le mani dei due angeli che reggono il drappo dietro la Madonna col Bambino, immerse nelle pieghe del tessuto, indicano il peso della stoffa e creano una maggiore volumetria nascondendo il braccio più distante dietro il trono. In questo modo Giovanni da Rimini “rilegge le soluzioni di Giotto alla luce delle sue già stabilite convinzioni filo-bizantine” (Benati 2021).

La prima notizia sulla tavoletta risale al 1899, quando essa fu acquistata dalla Pinacoteca di Faenza dalla collezione di Filippo Fabbri per 100 lire, e fu attribuita inizialmente a Bitino da Faenza 5 , poi alla scuola di Cavallini (Tea 1922), alla cultura cavalliniana (Van Marle 1924), finché Longhi non vi riconobbe Giovanni da Rimini (comunicazione in Salmi 1937).

Si è dibattuto a lungo sul suo assetto originario. Carlo Volpe (1965), paragonando la tavoletta di Faenza con l’opera del Maestro di Forlì all’Ermitage di San Pietroburgo (inv. 6314), ipotizza che si tratti in modo analogo, di una valva di dittico che avrebbe dovuto mostrare nell’altro scomparto l’Orazione nell’Orto.

Anna Tambini invece (2007; 1982) rifiuta questa idea, suggerisce che faccia parte di un dossale insieme ad altre due tavole, una con le Storie di Cristo nella Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma (inv.1441), e l’altra con Episodi della vita dei Santi nella National Gallery di Londra (inv.6656). La studiosa giustifica tale idea con l’insolita “associazione tra i santi francescani e agostiniani” in tutti pezzi del presunto dossale e per la corrispondenza delle misure dei panelli.

Tale impaginazione, con la parte centrale che si divide in due registri (l’altezza del dossale inoltre sarebbe molto bassa, di 52,5 cm circa) non trova i paragoni nell’arte riminese del Trecento (né, a quanto pare, nel Veneto che pure tanta influenza ebbe sull’arte riminese). In secondo luogo tra le tre tavole a Roma, Londra e Faenza vi è una differenza di stile che potrebbe spostare anche la cronologia delle prime due ad anni più tardi, attorno al 1310. Le due tavole aggiunte da Tambini si basano su alcuni schemi compositivi elaborati da Giotto (come, ad esempio, nelle Stimmate di San Francesco) che Giovanni da Rimini non sembra ancora sperimentare nella tavoletta di Faenza (Benati 2021). Infine, si notano alcune differenze formali come le diverse cornici divisorie e la diversa ornamentazione dei nimbi. In questo caso, l’ipotesi di Carlo Volpe risulta più plausibile.

BENATI 2021
D. Benati, Giovanni da Rimini: un pittore al bivio, in L’oro di Giovanni. Il restauro della Croce di Mercatello e il Trecento Riminese, catalogo della mostra (Rimini, 18 settembre 2021-7 novembre 2021) a cura di D. Benati, A. Giovanardi, Rimini 2021, pp. 23-24, 36

GIOVANARDI 2023
A. Giovanardi, La Madonna “balcanica” di un pittore “giottesco”. L’icona della Pelagonitissa di Giovanni da Rimini in “Ariminum”, XXX, (n. 3, maggio – giugno 2023), pp. 6-8

LOLLINI 2023
F. Lollini, Ai tempi di Umiltà, in Il Polittico della Beata Umiltà di Pietro Lorenzetti. L’arte di raccontare una santa, Livorno 2023, pp. 58-60

SALMI 1937
M. Salmi, La mostra giottesca, in “Emporium”, XLIII, 1937, p. 193

TAMBINI 1982
A. Tambini, Pittura dall’Alto Medioevo al Tardogotico nel territorio di Faenza e Forlì, Faenza 1982, pp. 65-66

TAMBINI 1999
A. Tambini, In margine alla pittura riminese del Trecento, in “Studi Romagnoli”, XLVII, 1999, p. 468

TAMBINI 2007
A. Tambini, Il Gotico, in Storia delle arti figurative a Faenza, II, Faenza 2007, pp. 67-70

TEA 1922
E. Tea, Una tavoletta della Pinacoteca di Faenza, in “L’arte”, XXV, 1922, p. 34

VAN MARLE 1924
R. Van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, 19 voll., The Hague 1923-1938, vol. IV, 1924, pp. 279-83

VOLPE 1995
A. Volpe, in Il Trecento riminese. Maestri e botteghe tra Romagna e Marche, catalogo della mostra (Rimini, 20 agosto 1995-7 gennaio 1996) a cura di D. Benati, Milano 1995, p. 170, scheda n. 12

VOLPE 2002
A. Volpe, Giotto e Riminesi: il gotico e l’antico nella pittura di primo Trecento, Milano 2002, pp. 110-117

VOLPE 1965
C. Volpe, La pittura riminese del ‘300, Milano 1965, p. 15

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Daria Borisova
  1. National Library of Belgrade, cod. 297/3, f. 5v[]
  2. L. KOUNENI, A Bizantine Iconographic Type of Virgin and Child in Italy? The Pelagonitissa Virgin re-examined, in “Arte Cristiana”, XCV, 823, 2007, p. 1-8[]
  3. F. ZERI, Schede romagnole. 1. Il Maestro dei Baldraccani, in “Paragone”, XXXVII, 1986, 441, pp. 22-26, in part. 22; Volpe 2002[]
  4. O. DELUCCA, I pittori riminesi del trecento nelle carte d’archivio, Rimini 1992, p. 20[]
  5. S. CASADEI, Alcuni acquisti per la Pinacoteca comunale di Faenza (1884-1901), 2013, p. 76[]