Madonna col Bambino in trono e i santi Maglorio, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Girolamo, Benedetto e Romualdo

Madonna col Bambino in trono e i santi Maglorio, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Girolamo, Benedetto e Romualdo

Biagio d’Antonio

data opera
1502-1506
tecnica
tempera su tavola
dimensioni
122 x 196 cm
provenienza opera

dal convento di San Maglorio a Faenza, giunto in pinacoteca con le soppressioni napoleoniche

descrizione breve

La Madonna, seduta al centro su un trono marmoreo, sorregge il figlio Gesù che la abbraccia teneramente. A sinistra riconosciamo un santo vescovo, San Maglorio, e San Giovanni Battista, che indossa la tipica casacca in pelle di cammello e mostra il cartiglio con la scritta in latino “ECCE AGNUS DEI”. Sull’altro lato del trono, all’estrema destra è San Girolamo in veste cardinalizia, affiancato dal leone che, secondo la leggenda, egli avrebbe addomesticato. Il libro che mostra è la Vulgata, la traduzione in latino della Bibbia da lui pazientemente compiuta. Al suo fianco, San Giovanni Evangelista è identificabile dal Vangelo. Ai piedi del trono, in ginocchio, sono raffigurati due santi dalla veste bianca: San Romualdo (a destra), fondatore della Congregazione dei Camaldolesi, e San Benedetto da Norcia (a sinistra).

La pala, come è emerso dai recenti studi di Patrizia Capitanio (2024), proveniva dal convento femminile faentino di San Maglorio, dell’ordine camaldolese, e venne commissionata da Suor Benedetta, al secolo Cassandra Pavoni, già amante del signore di Faenza Galeotto Manfredi. Con il suo fondo oro la tavola ricorda i dipinti medievali. Questo richiamo alla tradizione fu probabilmente voluto dalla committenza ma mostra anche quanto il pittore Biagio d’Antonio fosse stato impressionato dalle prediche del frate domenicano Girolamo Savonarola, che nella Firenze di fine Quattrocento incitava i fedeli a tornare all’austero cattolicesimo delle origini.

collocazione
n° inventario
177

La Madonna, seduta al centro su un trono marmoreo, sorregge il figlio Gesù, che la abbraccia teneramente. A sinistra si riconoscono un santo vescovo, identificato da Anna Tambini (2009) come San Maglorio, e San Giovanni Battista, che indossa la tipica casacca in pelle di cammello e mostra il cartiglio con la scritta in latino “ECCE AGNUS DEI”. Sull’altro lato del trono, all’estrema destra è San Girolamo in veste cardinalizia, affiancato dal leone che, secondo la leggenda, egli avrebbe addomesticato. Il libro che mostra è la Vulgata, la traduzione in latino della Bibbia da lui pazientemente redatta. Al suo fianco, San Giovanni Evangelista è identificabile dal Vangelo e dalla penna usata per scriverlo. Ai piedi del trono, in ginocchio, sono raffigurati due santi monaci dalle bianche vesti: a destra, con il bastone, è riconoscibile San Romualdo, fondatore della Congregazione dei camaldolesi, mentre a sinistra, con in mano un fascio di verghe, è rappresentato San Benedetto da Norcia, alla cui regola si rifacevano gli eremiti di Camaldoli. La base del trono presenta incisa, a caratteri dorati, la scritta in latino “AVE MARIA GRATIA PLENA”, ovvero le parole pronunciate dall’Arcangelo Gabriele al momento dell’Annunciazione. Dietro la Vergine due angeli reggono le cortine di un tendaggio dorato, che funge da sfondo alla scena.
Per lungo tempo non fu noto il luogo di provenienza della Pala, giunta in Pinacoteca con le soppressioni napoleoniche. La presenza dei due santi inginocchiati in primo piano, però, ha fatto pensare fin da subito a una committenza camaldolese. Tre erano i monasteri faentini appartenenti a questo ordine: quello di San Giovanni Battista, quello femminile di San Maglorio e quello della Santissima Trinità in Borgo. Data la presenza nel dipinto di San Giovanni Battista, Roberta Bartoli (1999) propose cautamente una provenienza dal primo luogo. Grazie alle recenti ricerche di Patrizia Capitanio (2024) si è potuta finalmente ricostruire la storia più antica dell’opera. La studiosa, infatti, ha rinvenuto all’interno dell’Archivio Storico di Camaldoli una pergamena contenente la cronologia dei principali avvenimenti del monastero faentino di San Maglorio, nella quale, tra gli anni 1497 e 1506, è riportata la notizia che “D. Benedetta Abbadessa” fece dipingere la tavola dell’altare a “M. Biagio fiorentino”. La “Donna Benedetta” citata dal documento viene identificata da Capitanio in Cassandra Pavoni (1448 circa -1513), l’amante ferrarese del signore di Faenza Galeotto Manfredi, la quale, a un certo momento della sua vita, si ritirò nel monastero faentino di San Maglorio, dove prese i voti assumendo, appunto, il nome di “Suor Benedetta”. Sebbene ella non fu mai badessa del convento, il titolo riportato nella pergamena si giustificherebbe, secondo Capitanio, per la sua notorietà. Inoltre, per la studiosa è proprio l’iconografia presente nella tavola della Pinacoteca a sciogliere ogni dubbio in merito alla sua identificazione con la pala citata dal documento da lei recentemente rinvenuto. Oltre alla presenza di Benedetto, Romualdo e Maglorio, santi ai quali era strettamente legato il convento in cui si ritirò Cassandra, Capitanio mette infatti in evidenza la posizione, alquanto privilegiata, che è stata assegnata nella composizione sia a San Giovanni Evangelista, eponimo del figlio, del fratello e del nonno della nobildonna ferrarese, sia a San Girolamo, quest’ultimo particolarmente venerato dai Manfredi. Secondo Capitanio, infine, la data di esecuzione del dipinto potrebbe essere compresa fra il 1502, anno della prematura morte del figlio di Cassandra, Giovanni Evangelista, e il 1506, quando cioè ella prese i voti perpetui.
L’opera, d’altronde, era già stata datata verso gli ultimi anni del Quattrocento dagli studi più recenti (Bartoli 1999; Tambini 2009), principalmente per questioni legate al suo stile. Essa presenta un tono solenne e grave, dovuto, oltre che dalle pose statiche dei personaggi, dall’utilizzo del fondo oro: una scelta, quest’ultima, che a quelle date risultava ormai antiquata e che si deve certamente alla severa e pia committenza. Al tempo stesso, tale particolarità ben rispecchia il contesto culturale in cui nacque l’opera. Verso la fine del secolo, infatti, si diffuse nel centro e nel nord Italia un particolare fermento religioso, che predicava un ritorno all’austero cattolicesimo delle origini, in polemica con i fasti e la corruzione della corte papale. Biagio d’Antonio, come altri artisti suoi contemporanei, non fu certo immune a questo mutamento di clima e a Firenze fu sicuramente colpito dalle accese prediche del frate domenicano Girolamo Savonarola. La Pala di Faenza con il suo fondo oro voleva perciò richiamare, volutamente, le icone medievali e suscitare nel fedele un profondo sentimento religioso. Altri elementi che richiamano la pittura del passato sono la rappresentazione dei volti di profilo e uno scarso interesse generale per la resa della profondità. Gli stessi angeli reggi cortina alle spalle della Vergine sembrano essere una citazione di una celeberrima opera di metà Quattrocento: La Madonna del Parto di Piero della Francesca, a Monterchi.
A partire da Federico Argnani (1881), primo direttore della Pinacoteca faentina, la critica ottocentesca ha attribuito la pala a Giovanni Battista Utili, artista faentino del Quattrocento (poi identificato con Giovanni Battista Bertucci) il cui nome spesso ricorreva nelle carte d’archivio locali. Tale errore di attribuzione si mantenne anche nella letteratura artistica di inizio Novecento, con l’eccezione di Geza De Francovich (1925-1926) che inserì il dipinto nel catalogo di Benedetto Ghirlandaio. Nel 1938, a seguito delle importanti ricerche archivistiche di Carlo Grigioni (1935), Roberto Longhi e Luisa Becherucci riferirono correttamente l’opera al fiorentino Biagio d’Antonio.

ARGNANI 1881
F. Argnani, La Pinacoteca Comunale di Faenza descritta e illustrata, Faenza 1881, pp. 8-9

DE FRANCOVICH 1925-1926
G. De Francovich, Benedetto Ghirlandaio, in “Dedalo”, VI, 1925-1936, pp. 720-721

GRIGIONI 1935
C. Grigioni, La pittura faentina dalle origini alla metà del Cinquecento, Faenza 1935, pp. 196, 211

LONGHI, BECHERUCCI 1938
Mostra di Melozzo e del Quattrocento romagnolo, catalogo della mostra a cura di R. Longhi, L. Becherucci, Bologna 1938, p. 210, scheda 91

BARTOLI 1999
R. Bartoli, Biagio d’Antonio, Milano 1999, pp. 230-231, n. 123, con bibliografia precedente

TAMBINI 2009
A. Tambini, Storia delle arti figurative a Faenza. Il Rinascimento. Pittura, miniatura, artigianato, Faenza 2009, pp. 47-48

CAPITANIO 2024
P. Capitanio, Dal silenzio del chiostro, una committenza artistica al femminile: Cassandra Pavoni alias suor Benedetta e la Pala dei Camaldolesi, 2024: https://www.pinacotecafaenza.it/2024/02/cassandra-pavoni-alias-suor-benedetta-e-la-pala-dei-camaldolesi/

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Piero Offidani

8 luglio 2023

Il primo intervento è stato quello della disinfestazione, eseguita con xilores (permetrina ) impregnando la struttura lignea riponendo poi l’opera in camera stagna dove è stato eseguito il sottovuoto per avere una maggiore penetrazione. Terminata ‘operazione abbiamo aperto la camera lasciato arieggiare per agevolare l’asciugatura del solvente. In seguito sono state eseguite le Indagini fotografiche: Infrarosso, ultravioletto e luce visiva. L’infrarosso ha evidenziato alcuni ritocchi sulle vesti, sui volti e un disegno preparatorio specialmente sulla veste del San Giovanni Battista. Anche sul panneggio della Madonna, che era totalmente ridipinto, si poteva leggere il disegno delle pieghe. Sono state rilevate varie stuccature sparse. Sul dito indice del Giovanni Evangelista risultava mancante la prima falange. L’ indagine ultravioletto ha evidenziato le vernici con le pennellate e le colature dell’ ultima a base cerosa. Sono emersi i ritocchi a tempera dei precedenti restauri (almeno due ).

Pulitura: abbiamo iniziato le campionature con solvente leggero per rimuovere le vernici, utilizzando ligroina con alcool benzilico al 20%, essendo che non era totalmente efficace abbiamo aumentato la percentuale al 30%, la pulitura confermava ciò che le indagini fotografiche avevano evidenziato, cioè che l’opera era stata danneggiata nel corso del primo intervento di restauro con una pulitura assai aggressiva, probabilmente utilizzando soda caustica che aveva danneggiato le vesti, specialmente sui toni rossi e parte del volti. Erano stati ridipinti per correggere il danno. Il secondo intervento è stato contenuto ormai l’opera era compromessa a livello cromatico, quindi sono state coperte con colore bruno diverse zone. Infine l’opera era stata sottoposta a verniciatura approssimativa con vernice cerosa che ha lasciato tracce di colature. Per rimuovere molti ritocchì ci siamo serviti di dimetilsolfossico addizionato alla ligroina. La pulitura è stata eseguita in modo accorto, senza andare eccessivamente in profondità al fine di conservare la maggior superficie di colore originale. La fase successiva è stata la stuccatura eseguita con gesso di Bologna e colla di coniglio diluito al 15% con acqua depurata. Livellata in seguito con rasatura a bisturi e patinata con acquarello; mentre in corrispondenza della doratura è stata ripresa con bolo armeno. Prima del ritocco pittorico l’opera è stata verniciata a pennello con la REGAL RETOUCHINC della CTS che è a base LAROPAL A 81. Si è proseguito con il ritocco pittorico con colori a vernice per restauro a rigatino, selezione cromatica per le lacune più grandi e velature. Il fondo oro è stato ritoccato solo sulle parti stuccate con oro Mica della CTS. La verniciatura finale che ha concluso I intervento di restauro, è stata eseguita con REGAL VARNISH GLOSS con una piccola aggiunta della Mat.

Cornice dorata

La cornice dorata è dei primi anni del 900 ed è adattata all’opera del Tucci; lo conferma il taglio ad angolo sul lato sinistro del dipinto. In precedenza, aveva subito un intervento di restauro nel corso del quale avevano steso una mano di porporina e una velatura a tempera al fine di antichizzare, finito con una verniciatura a gommalacca. La tonalità della doratura risultava alterata. Le operazioni di pulitura sono iniziate con l’ausilio di alcool benzilico diluito al 30% in ligroina per poi proseguire con dimetilsolfossido. Sono state stuccate le lacune con gesso di Bologna e colla animale,in seguito alla stesura del bolo abbiamo ritoccato con oro MICA che nel tempo non altera la tonalità. L’intervento si è concluso con verniciatura a pennello semimat.

Relazione di restauro redatta da
Salemme restauri
Galleria immagini restauro