29/02/2024

Cassandra Pavoni alias suor Benedetta e la pala dei Camaldolesi

Un’ articolo di Patrizia Capitanio sulla pala della dei Camaldolesi di Biagio di Antonio Tucci, conservata nella Pinacoteca Comunale di Faenza e recentemente restaurata.

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Dal silenzio del Chiostro, una committenza artistica al femminile: Cassandra Pavoni alias suor Benedetta e la pala dei Camaldolesi

Premessa
Presso la Pinacoteca Comunale di Faenza è conservata una pala detta dei Camaldolesi1 realizzata dal pittore fiorentino Biagio d’Antonio Tucci2 (1445 ca.-1510), così definita per la presenza, in ginocchio ai piedi della Vergine, dei Santi Benedetto e Romualdo; quest’ultimo, appunto, fondatore della Congregazione camaldolese dell’Ordine di San Benedetto.
La tavola, dipinta a tempera su fondo oro, raffigura la Madonna col Bambino in trono e i santi Maglorio vescovo, Giovanni Battista, Benedetto, Romualdo, Giovanni Evangelista, Girolamo. Sul gradino del trono è l’iscrizione AVE MARIA GRA[TIA] PLE[NA] (Fig. 1).
Il riconoscimento di San Maglorio nel vescovo di sinistra è stato proposto nel 2009 da Anna Tambini3, che ne ha ravvisato l’indubbia somiglianza con l’immagine di un affresco proveniente dall’omonimo convento4.
È merito di Roberta Bartoli avere collocato la data negli anni finali del Quattrocento «sia per la composizione spaziata, che per la geometrizzazione delle fisionomie e per lo stesso utilizzo dell’oro di fondo: ripristino di uno stilema della pittura di devozione condiviso da molte opere fiorentine a cavallo tra i due secoli». La studiosa riconduce tale tendenza ad un fare meno liberamente classicheggiante «forse per specifica adesione alle istanze piagnone, forse per echeggiamento di nuove possibilità figurative, forse per le seduzioni messe in atto dalla purezza di rigorose geometrie pittoriche, con una nuova “modestia” decorativa che trovava il suo codice precipuo negli atoni bagliori del fondo oro»5.
Anche Tambini concorda con la citata cronologia motivando il ritorno alle istanze tradizionali «come risposta all’inquietante clima che si era instaurato a Firenze con la predicazione del Savonarola in nome di ideali religiosi più severi e pauperistici»6.
Sino ad ora la provenienza del dipinto in Pinacoteca risultava ignota, anche se la presenza di santi camaldolesi aveva portato a supporre che in origine potesse trovarsi presso uno dei conventi faentini dell’ordine, ovvero San Giovanni Battista, San Maglorio o la Santissima Trinità in Borgo.

Fig. 1 – Biagio d’Antonio Tucci (1502-1506 ca.), Madonna col Bambino in trono e i santi Maglorio vescovo, Giovanni Battista, Benedetto, Romualdo, Giovanni Evangelista, Girolamo, Faenza, Pinacoteca Comunale.

L’esito di una ricerca
Nell’ambito di alcune ricerche documentarie presso l’Archivio di Camaldoli ci si è fortunatamente imbattuti in una pergamena7 che sin dalle prime righe è apparsa di particolare interesse per la storia dell’arte faentina rinascimentale e per la relativa committenza.
Nella cronologia degli avvenimenti tra il 1497 e il 1506 legati al monastero femminile di San Maglorio si legge:
«1497 e 98.99.1500 e 1506. D. (donna) Benedetta Abbadessa di S. Maglorio fa dipingere da M. (maestro) Biagio fiorentino la tavola dell’altare» (Fig. 2).
In quegli anni “Donna Benedetta in San Maglorio” non poteva essere altri che Cassandra Pavoni (1448?-1513) di Tomaso da Ferrara, l’amata di Galeotto Manfredi (1440-1488) signore di Faenza8. Non fu mai badessa, ma potrebbe essere stata indicata come tale per via della sua notorietà.
Il breve appunto rintracciato a Camaldoli potrebbe fare riferimento alla tavola di Biagio d’Antonio detta dei Camaldolesi e descritta in premessa?
Analizzando l’iconografia del dipinto, oltre ai santi camaldolesi in ginocchio al cospetto della Vergine (Romualdo e Benedetto), sono raffigurati in posizione privilegiata, a sinistra e a destra del trono, San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista. Si ritiene importante porre l’attenzione sul nome di Giovanni (Evangelista) scelto da Cassandra per uno dei suoi figli, atteso che così si chiamavano anche il nonno ed il fratello della Pavoni9.
A sinistra è San Maglorio, titolare del monastero in cui Cassandra si era ritirata ed era poi divenuta suor Benedetta.
A destra è ben riconoscibile San Girolamo, santo al quale la famiglia Manfredi era particolarmente legata10.

Fig. 2 – Codice di San Michele di Murano (VE), n. 1084, pp. 326-337, pergamene dal 1270 al 1732, in particolare anni 1497-1506, Archivio Storico di Camaldoli.

Fig. 3 – Professione perpetua di suor Benedetta da Ferrara, al secolo Cassandra Pavoni, del 21 marzo 1507, pergamena, Faenza, Archivio del Monastero di San Maglorio.

Conclusioni
L’iconografia della tavola pare davvero legarsi in maniera forte a tutta la vita della monaca, in coerenza con il profondo legame verso i due san Giovanni per l’aspetto devozionale ed i vincoli affettivi famigliari, con la scelta “indotta” di entrare nel monastero di San Maglorio, con l’omaggio ai Manfredi devoti di San Girolamo.
Va anche sottolineato il fatto che suor Benedetta disponeva sicuramente di importanti entrate economiche, provenienti da diversi possedimenti terrieri, e non solo, le quali potevano consentirle di commissionare un dipinto “di valore” ad un artista fiorentino da tempo attivo a Faenza e professionalmente affermato come Biagio d’Antonio.
Si propone quindi, con questo breve scritto, di far risalire a Cassandra Pavoni alias suor Benedetta, la commissione al maestro Biagio d’Antonio Tucci della pala detta dei Camaldolesi ora in Pinacoteca. L’opera potrebbe essere stata realizzata tra il 1502 e il 1506: un arco temporale che va dalla data della tragica morte del figlio Giovanni Evangelista al momento della professione perpetua (Fig. 3), una promessa consacrata probabilmente dal dono del pregevole dipinto a fondo oro per l’altare della chiesa del monastero che l’aveva accolta11.
Il ritrovamento della pergamena e la proposta correlazione con la pala assumono quindi un’importante valenza. Innanzitutto l’individuazione della committenza del dipinto ci parla dei legami “terreni e celesti” di suor Benedetta, dei suoi sentimenti, della vita e della preghiera. Al tempo stesso, la contestualizzazione dell’opera ai primi anni del Cinquecento avalla le tesi delle studiose Bartoli e Tambini, che già avevano ravvisato – nel particolare effetto iconico e nella semplificazione delle campiture coloristiche – un segnale di incrinatura della concretezza e del realismo peculiari, sino a quel momento, alla pittura di Biagio. Infine l’individuazione del monastero di San Maglorio quale sede della tavola dei Camaldolesi potrebbe essere il fattore risolutivo delle ipotesi che sino ad oggi hanno invece privilegiato la chiesa di San Giovanni Battista12.
Il documento è anche un contributo importante per ricostruire il ruolo delle donne nelle committenze artistiche all’interno dei monasteri femminili13, un tema che solo di recente è stato oggetto di studi14.

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Note

1 Proprietà Comune di Faenza, pervenuta in Pinacoteca a seguito delle soppressioni napoleoniche, Inv. 177, 122×196 cm.

2 Bartoli R., Biagio d’Antonio, Milano 1999. L’attività di Biagio a Faenza è attestata per una trentina d’anni a partire dal 1476.

3 Tambini A., Storia delle Arti figurative a Faenza. Il Rinascimento, Faenza 2009, pp. 39-51. Ringrazio sentitamente la studiosa per il costante supporto alle mie ricerche e per i suoi fondamentali consigli.

4 L’affresco, conservato presso il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, porta espressamente il nome di San Maglorio. Tambini (cit., pp. 78-79, Fig. 36a) lo attribuisce a Gaspare Scaletti (m. 1529), pittore e titolare di una bottega specializzata nella produzione di cassoni nuziali.

5 Bartoli, cit., pp. 121-123; cat. 123 pp. 230-231.

6 Tambini , cit., p. 47.

7 Archivio Storico di Camaldoli, Codice di San Michele di Murano (VE), n. 1084, pp. 326-337, pergamene dal 1270 al 1732, in particolare anni 1497-1506. Si veda altresì: Archivio di Stato sezione di Faenza, elenco in ordine alfabetico, voce Faenza, documenti di San Maglorio di Faenza (regesti), vol. 366 di Classe; Bernicoli S., Tesoretto, Trascritto e ordinato da Umberto Zaccarini, Ravenna 1999, p. 59. Desidero ringraziare don Ugo Facchini, Prefetto bibliotecario del Seminario “Pio XII” di Faenza e padre Ugo Fossa, monaco di Camaldoli, per la squisita collaborazione e la disponibilità dimostrate.

8 Come noto, tale amore fu suggellato dalla nascita di tre figli: Scipione, Giovanni Evangelista e Francesco, ai quali la madre sopravvisse. Galeotto rimase sempre vicino a Cassandra nonostante il matrimonio, per ragioni di stato, con la bolognese Francesca Bentivoglio. Entrata nel monastero di San Maglorio (marzo 1480) Cassandra Pavoni assume il nome di suor Benedetta (1481) e prende i voti perpetui il 21 marzo 1507, alla presenza dell’abate generale dell’Ordine camaldolese Pietro Dolfin. La pergamena con la professione perpetua viene sottoscritta dalla monaca con un semplice segno di croce. Il documento originale era conservato presso l’Archivio del Monastero di San Maglorio a Faenza. Suor Benedetta muore nel 1513.

9 Giovanni Pavoni, fratello di Cassandra, muore nel 1476. Ringrazio per la notizia gli amici Lucio Donati e Maurizio Sartoni.

10 Nel 1444, su richiesta dei Manfredi, papa Eugenio IV concesse l’ex badia delle Sante Felicita e Perpetua di Faenza ai frati Osservanti che rinominarono l’intitolazione in chiesa e monastero di San Girolamo dell’Osservanza. Tale luogo di culto era sotto la tutela della signoria faentina e lì vennero sepolti Astorgio II e sua moglie Giovanna Vestri. Di estrema importanza è anche la scultura lignea raffigurante San Girolamo – commissionata verosimilmente da Astorgio II Manfredi e già ubicata nella citata chiesa – che è stata oggetto di approfonditi studi circa la paternità artistica, ormai riconosciuta a Bertoldo di Giovanni allievo di Donatello. La scultura è conservata presso la Pinacoteca Comunale di Faenza dove è giunta nel 1867 a seguito delle soppressioni dello stato unitario.

11 Suor Benedetta fu sepolta nella chiesa di San Maglorio dove si trova la lastra tombale con la seguente iscrizione: BENEDICTA HRIS/TI SPONSA OLIM T/HOME FERRARIE/NSIS DE PAVO/NIBUS SUB/HOC SAXO/QUIESCIT/MCCCCCXIII. La proposta da noi suggerita non ha trovato finora nessun riscontro nei documenti resi noti da Benericetti R., Note storiche sulle chiese dei monasteri femminili della città di Faenza durante l’età medievale e moderna (secoli XIII-XVIII), Faenza 2020, pp.51.-64. Sull’altare maggiore nel 1561 compariva una tavola con la Beata Vergine, difficilmente identificabile con l’opera di Biagio che conta ben sei figure di santi. Una possibilità è che la pala ornasse uno degli altari laterali oppure che si trovasse nella chiesa interna privata delle monache (ricordata nel 1496, p. 61, nota 304) o, ancora, che alla data del 1561 la tavola di Biagio fosse stata sostituita con altra, atteso il modificarsi, in cinquant’anni, del gusto e della sensibilità artistica.

12 Casadei S., Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991, Scheda p. 4, Fig. 5; Benericetti R., Note sulla scomparsa chiesa di San Giovanni Battista dei Camaldolesi, in 2001 Romagna, n. 161, Faenza 2023, pp. 142-147. L’autore ipotizza che la tavola di Biagio potesse trovarsi sull’altare dedicato a san Romualdo ma, a nostro avviso, l’anno 1487 risulterebbe alquanto precoce, viste le considerazioni esposte nel presente studio.

13 La committenza al pittore fiorentino da parte di Cassandra depone a favore di una notevole intelligenza dei fatti artistici della Faenza del tempo, tanto più rara se si considera che era quasi illetterata. Può essere utile pensare al possibile ruolo di Gaspare Scaletti; il pittore era un assiduo frequentatore del monastero di San Maglorio dove fu scelto come procuratore dalla stessa Cassandra nel 1507 (Grigioni C., La pittura faentina dalle origini alla metà del Cinquecento, Faenza 1935, p. 235, doc. 1507, febbraio 17).

14 Ricordiamo, ad esempio, gli interventi di Gabriella Zarri che hanno aperto a nuove proficue prospettive di indagine: Culture nel chiostro tra arte e vita, in Artiste nel chiostro. Produzione artistica nei monasteri femminili in età moderna, in Memorie Domenicane, a cura di Sheila Barker con la collaborazione di Luciano Cinelli, Nuova Serie 2015, Numero 46.