Imago Pietatis

Imago Pietatis

Michele di Matteo

data opera
1462 circa
tecnica
tempera su tavola
dimensioni
diam. 24 cm
descrizione breve

Questo piccolo tondo raffigura il Cristo morto che si erge dal sarcofago e dimostra al fedele le proprie stigmate e la ferita sul costato. Si tratta dunque della cosiddetta Imago Pietatis, iconografia assai diffusa in Italia nel corso del XIII secolo. La maggior parte degli studiosi è concorde nel riferire il tondo a Michele di Matteo e nel collocarlo nel periodo che segue il rientro da Venezia dell’artista, avvenuto nel 1436. Probabilmente, però, l’opera che si confronta meglio con questo tondo è il Cristo morto del polittico eseguito per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna (inv.247, Pinacoteca Nazionale di Bologna), risalente al 1462. L’opera della Pinacoteca di Faenza dovrebbe dunque datarsi agli inizi degli anni Sessanta del Quattrocento.

Il tondo costituiva probabilmente la parte centrale di una predella, in maniera analoga al Cristo morto posto al centro della predella del polittico di Nonantola (ora presso il Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra), che però è dipinto su una tavoletta rettangolare.

collocazione
n° inventario
99

Il tondo di Faenza raffigura un Imago Pietatis, e cioè un Cristo morto che si erge dal sarcofago con le braccia distese sul davanti a mostrare le stigmate e una ferita in costato. Questo tipo di iconografia si sviluppò nell’Oriente bizantino e in seguito, nel corso del XIII secolo, si diffuse anche in Italia (in particolare in area veneta). Michele di Matteo la ripropone anche in altre sue opere, come una tavoletta della Pinacoteca Nazionale di Bologna (inv.847, Pinacoteca Nazionale di Bologna), nel frammento di predella della Walters Art Gallery di Baltimora (inv. 37.738) e nella predella del polittico dell’Abbazia di Nonantola (ora presso il Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra).

Anche il tondo della Pinacoteca di Faenza costituiva probabilmente la parte centrale di una predella (Tambini 1982 p. 139; Anselmi 2011, p. 47), anche se nelle opere certe di Michele di Matteo non compaiono soluzioni del genere.

L’opera faentina ha avuto una complessa vicenda critica. Corbara (1951) è stato il primo dopo la comunicazione orale di Longhi ad attribuirla alla mano di Michele di Matteo, rifiutandone il riferimento tradizionale a Simone dei Crocifissi. Archi (1957) l’ha attribuita genericamente a scuola bolognese, mentre Bentini (1968-69), Casadei (1991), Lollini (2002, p. 204) e Tambini (1982; 2007) seguono la proposta di Corbara. Per Anna Tambini (ibidem), il volto di Cristo sarebbe molto vicino alla delicatezza del viso di Maria nel Sogno della Vergine del Museo Civico di Pesaro (inv.4547). La studiosa data la tavola di Faenza attorno 1440 (nel 2007 ha poi fornito una datazione più generica al 1430-1440), giustificando tale cronologia alla luce di un influsso ancora evidente della pittura veneta. Si deve ricordare, infatti, che Michele di Matteo fu a Venezia tra il 1431 e il 1436 ed ebbe modo di addolcire la “rustica gravità gotica bolognese” che gli è tipica (Bottari, 1957-1958) alla luce della pittura di Iacobello del Fiore e Michele Giambono.

De Marchi (1999) ha invece espunto il tondo dal corpus di Michele di Matteo suggerendo un’attribuzione al Maestro di San Pier Damiano, senza proporre però dei confronti. Questa proposta è stata rifiutata da Anna Tambini (2007), che non trova confronti convincenti con l’Imago Pietatis nella cimasa nell’affresco del Maestro di San Pier Damiano proveniente dalla chiesa di Santa Perpetua, esposto nella stessa sala della Pinacoteca di Faenza. La studiosa ha poi sottolineato che la delicata pittura di Michele di Matteo si allontana dall’“aspra cifra” dell’anonimo faentino e ha proposto, in alternativa, di avvicinare il tondo alla scuola ferrarese ben attestata in Romagna all’ epoca, paragonandolo alla Croce di Santa Maria delle Grazie a Covignano, 1430.

L’attribuzione a Michele di Matteo è stata messa in dubbio anche da Anselmi (2011), a causa di una qualità inferiore rispetto al livello medio della produzione del maestro bolognese, riferendolo invece a un pittore della sua bottega, probabilmente da identificare nell’autore dei tondi del fregio della balaustra della cappella Vasselli di San Petronio. In ogni caso, lo studioso (p. 47) ha proposto di datare il tondo ad anni vicini all’esecuzione al polittico della chiesa di Santa Maria dei Servi (inv.247, Pinacoteca Nazionale di Bologna).

ANSELMI 2011
V. Anselmi, Michele di Matteo tra Bologna, Venezia e Siena. Alcune nuove proposte e un’ipotesi di riordino cronologico in “Prospettiva”, 141/142, 2011, pp. 32-58

ARCHI 1957
A. Archi, La Pinacoteca di Faenza, Faenza 1957, p. 19

BENTINI 1968-69
J. Bentini, Evoluzione e involuzione di un Maestro bolognese del ‘400, Michele di Matteo, Tesi di laurea, Università di Bologna, 1968-1969, p. 153

CORBARA 1951
A. Corbara, Scheda per la Soprintendenza alle Gallerie di Bologna, 1951

DE MARCHI 1999
A. De Marchi, Problemi aperti su Squarcione e sui romagnoli a Padova in Francesco Squarcione “pictorum gymnasiarcha singualris” (atti delle giornate di studio, Padova, 10-11 febbraio 1998), a cura di A. De Nicolò Salmazo, Padova 1999, p. 125, n.40

LOLLINI 2004
F. Lollini, in Pinacoteca Nazionale di Bologna. Catalogo generale, 1. Dal Duecento a Francesco Francia, a cura di J. Bentini, G.P. Cammarota, D, Scaglietti Kelescian, Venezia 2004, p. 204 scheda n. 75

TAMBINI 1982
A. Tambini, Pittura dall’Alto Medioevo al Tardogotico nel territorio di Faenza e Forlì, Faenza 1982, pp. 139-140.

TAMBINI 2007
A. Tambini, in Storia delle arti figurative a Faenza, 2. Il Gotico, Faenza 2007, p. 134

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Daria Borisova