La piccola tela rappresenta una scena pastorale ambientata in una imprecisata epoca dell’antichità. Una figura femminile è seduta in atteggiamento pensoso, mentre un pastore, con gesto eloquente, le indica un’iscrizione apposta probabilmente su una tomba: Ancor io fui in Arcadia. La frase è una volgarizzazione dell’iscrizione latina “Et in Arcadia Ego”, alla quale sono state attribuite diverse interpretazioni, tutte incentrate sulla fugacità della vita. Autore della frase incisa, si intuisce, dovrebbe essere un abitante di quel lontano tempo ideale desideroso di lasciare testimonianza della sua esistenza terrena. La scritta però, riscoperta in epoca successiva, risuona come un monito alla mortalità umana anche nei tempi più felici e induce a pensieri nostalgici sul tempo che scorre inesorabilmente.
Questo artificio poetico e iconografico costruito sulla distanza tra un tempo reale e un tempo passato ideale, si serve del mito ma è tuttavia invenzione moderna, risalente al colto ambiente romano dei primi decenni del Seicento, e si trova per la prima volta in celebri opere pittoriche del Guercino (1618) e di Poussin (1630 circa per una prima versione e 1638 circa per la seconda). La scena dunque si inserisce in una lunga tradizione culturale, tipicamente romana, che guardava con rimpianto a un mitico passato, identificato nel temp e nello spazio con l’Arcadia, e che fu soggetto di ispirazione e riflessione per artisti, letterati ancora all’epoca del Giani. È probabile che se ne discutesse nelle sedute delle Accademie private come quella romana dei Pensieri, o quella bolognese della Pace, delle quali Giani fu il principale animatore. Tipico del Giani è anche il ricorso alla traduzione della celebre frase latina, per quella sua propensione a popolarizzare anche il mito e gli episodi più aulici della storia antica e a riportarli in una dimensione più quotidiana.
Pur nelle ridotte dimensioni dell’opera, l’artista infonde alla scena ampio respiro, grazie a uno studiato proporzionamento tra dimensione dei personaggi e dello spazio che li accoglie. Giani costruisce l’immagine come una scena teatrale, con la tomba sulla sinistra che chiude il paesaggio in profondità, una cortina di arbusti che filtra il passaggio tra il primo piano e lo sfondo, e alcuni oggetti “scenici” sufficienti a suggerire l’ambientazione bucolica. L’opera è esemplare dello stile bozzettistico e della tecnica del Giani nelle opere di piccolo formato, una pittura apparentemente molto veloce, in realtà capace di modulare sapientemente la trasparenza o la corposità del colore per ottenere effetti di resa atmosferica.
Condivisibile l’ipotesi di una sua collocazione di massima tra la fine del XVIII e il primo decennio del XIX secolo, già proposta da Ottani Cavina, per analogie stilistiche e compositive con altre opere appartenenti alla produzione grafica dell’artista. Un disegno in collezione privata va messo in relazione con il dipinto faentino ma per alcuni aspetti il primo è più rifinito, e pur ricalcandone in gran parte la composizione, differisce per alcune scelte specifiche, come la figura femminile, che regge in mano la lira, e per un diverso rapporto complessivo tra le figure e il paesaggio.