Cristo portacroce

Cristo portacroce

Marco Palmezzano

data opera
1520-1530 ca.
tecnica
olio su tavola
dimensioni
65 x 81 cm
descrizione breve

Il dipinto mostra uno dei momenti più drammatici della Passione di Cristo: l’andata al Monte Calvario, luogo in cui egli verrà crocifisso. Dietro a Gesù e all’aguzzino che sta tirando una corda legata al suo collo, assistono alla scena due personaggi, forse da identificare come Nicodemo e Giovanni d’Arimatea, ovvero coloro che dopo la morte di Cristo avrebbero provveduto alla sua sepoltura.

Opere di questo genere erano concepite per una devozione privata e dovevano suscitare la commozione dei fedeli.

Marco Palmezzano ha replicato diverse volte il tema del Cristo portacroce: a riprova di un certo successo conosciuto in terra romagnola tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento di questo tipo di immagine. Anche altri pittori a lui contemporanei vi si sono infatti cimentati, realizzando composizioni molto simili. Nella tavola della Pinacoteca l’influenza della pittura veneta è evidente, risultato del suo soggiorno nel 1495 a Venezia.

n° inventario
114

Su uno sfondo nero si stagliano quattro figure a mezzo busto. A sinistra, in primo piano, vestito con una tunica rosso porpora bordata con ricami dorati, si riconosce Gesù, rappresentato durante uno dei momenti più drammatici della Passione: l’andata al Monte Calvario. Sul suo capo è stata posta, infatti, la corona di spine, mentre sulla spalla sinistra poggia la pesante croce. Un aguzzino, a destra, lo sta conducendo al luogo in cui verrà giustiziato, tirando l’estremità della corda legata al suo collo. Dietro, due personaggi osservano la scena: uno, contraddistinto da una folta barba bianca, indossa un turbante, mentre l’altro, vestito con abiti signorili, mostra nel volto un’espressione compassionevole.

Dipinti di questo genere, ricchi di pathos, erano tutt’altro che infrequenti nel Rinascimento ed erano concepiti per la devozione privata. L’immagine di Cristo sofferente e umiliato che si incammina verso il sacrificio doveva suscitare la commozione e il raccoglimento interiore dei fedeli.

Tra i territori del Veneto, della Lombardia e della Romagna l’iconografia del Cristo Portacroce conobbe tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento un notevole successo, secondo alcuni critici dovuto alla presenza di un illustre prototipo, forse di Giovanni Bellini (Viroli 1991). Sul tema si cimentarono artisti come Giovanni Francesco Maineri (Modena, Galleria Estense, n. inv. 4165), Francesco Zaganelli (Modena, Galleria Estense, inv. n. 3476) e Girolamo Marchesi da Cotignola (Roma, Galleria Spada, inv. n. 63). Di Marco Palmezzano e della sua bottega sono noti circa una ventina di dipinti con questo soggetto. Angelo Mazza (2001) ha suddiviso questo gruppo in tre categorie, a seconda delle loro caratteristiche compositive. Un primo gruppo presenta la figura solitaria del Salvatore che regge la croce, un secondo lo mostra invece accompagnato dall’aguzzino. Infine, un terzo gruppo mette in scena una composizione orizzontale con quattro figure: Cristo, l’aguzzino e due personaggi spettatori in secondo piano, forse da identificare come Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea (Mazza 2001, p. 14). Il dipinto di Faenza appartiene chiaramente a quest’ultimo insieme. Tuttavia, al contrario ad esempio delle versioni del Museo Correr di Venezia (inv. n. 52, firmata e datata 1525) e della Pinacoteca di Forlì (inv. n. 75, firmata e datata 1535), la scena risulta essere invertita specularmente. In questo caso, perciò, è possibile che sia stato utilizzato per la sua esecuzione un cartone rovesciato. A differenza del dipinto forlivese, poi, la tavola di Faenza presenta uno sfondo scuro e non un arioso paesaggio. Della figura barbuta in secondo piano, inoltre, non si vedono le mani.

Non è noto il luogo di provenienza di questo Cristo portacroce (Casadei 1991). Nel primo catalogo della Pinacoteca Argnani (1881, pp. 18-19) ne rifiutò per primo la tradizionale ed erronea attribuzione a Giovanni Bellini e riferì l’opera al Palmezzano. La sua proposta venne in seguito accettata da Grigioni (1956, pp. 124, 630) e mai più messa in discussione dalla critica, che quasi unanimemente ha sempre sottolineato l’alta qualità della pittura (Anna Colombi Ferretti l’ha definita “tra le più belle redazioni di questo soggetto da parte del pittore”, 2015, p. 25).

Nella stesura soffusa dei colori caldi è evidente l’influsso esercitato dalla pittura veneta (in particolare di Bellini e della sua bottega) sul Palmezzano, del quale è effettivamente documentato un soggiorno veneziano nel 1495. Al tempo stesso, la scelta del fondale scuro che conferisce un forte pathos alla scena e l’espressione grottesca dell’aguzzino che contrasta con la bellezza impassibile del volto di Cristo (come notato da Mazza 2001, p. 16) sono di chiara ascendenza nordica. Esempi di arte tedesca potevano essere noti al pittore attraverso la circolazione di stampe di carattere devozionale. Non è escluso, inoltre, che egli possa avere osservato alcune opere originali durante il suo soggiorno a Venezia, città al tempo interessata da molteplici contatti commerciali con l’area nordica (Ibidem).

ARGNANI 1881
F. Argnani, La Pinacoteca Comunale di Faenza, Faenza 1881, pp. 18-19

CASADEI 1991
S. Casadei, Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991, p. 46, n. 87

COLOMBI FERRETTI 2015
A. Colombi Ferretti, Faenza agli inizi del secolo in A. Colombi Ferretti, C. Pedrini, A. Tambini, Storia delle arti figurative a Faenza, vol. V, Il Cinquecento. Parte prima, Faenza 2015, pp. 25,27

GRIGIONI 1956
C. Grigioni, Marco Palmezzano pittore forlivese nella vita nelle opere nell’arte, Faenza 1956, pp. 130, 630, n. 21

MAZZA 2001
A. Mazza, La Galleria dei dipinti antichi della Cassa di Risparmio di Cesena, Milano 2001, pp. 13-17

PISTOCCHI 2014
M. A. Pistocchi, Per la fortuna ottocentesca di Palmezzano: la stampa di Faenza, in L’Andata al Calvario di Marco Palmezzano. Restauri, ricerche, interpretazioni, atti della giornata di studi (Lovere, Accademia Tadini, 29 settembre 2012), a cura di V. Gheroldi, Lovere 2014, pp. 97-101

VIROLI 1991
G. Viroli, La pittura del Cinquecento a Forlì, 2 voll., Bologna 1991, vol. I, p. 52, n. 59

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Piero Offidani