Cielo e grano
Donazione Bianchedi Bettoli/Vallunga
Il dipinto di Treccani si inserisce perfettamente nella sua produzione artistica dei primi anni Sessanta quando, staccatosi finalmente dal “marchio” – tanto fondamentale nella sua carriera quanto forse limitativo – di direttore di Corrente, diede inizio ad un percorso di riscoperta delle cose semplici: la natura, i colori e il mondo delle cose chiamate per quello che sono. «È appena cominciata la rappresentazione degli oggetti più comuni […]. A poco a poco impariamo a chiamare le cose con il loro nome. Tegamino, lampada, terra di un paese, volto di donna, lampione, ciminiera, per me oggi queste parole, domani altre, e chissà che col tempo non si riesca a mettere insieme un intero discorso!» (A. ARCARI 1967, p. 67). Per questo la tela in questione si intitola: Cielo e grano. Essi sono due elementi primordiali della vita “naturale”: il cielo è la sede dell’ossigeno che noi respiriamo; il grano è il simbolo dell’abbondanza di Madre Natura e del nutrimento che la Terra dispensa all’uomo attraverso il lavoro agricolo. Sono anche i simboli del dualismo Spirito-Terra che si incontrano e incrociano in una sintesi apportatrice di vita nel ciclo continuo delle stagioni (il grano infatti simboleggia anche la morte e la rinascita attraverso la semina, la maturazione e la falciatura). Più semplicemente sono i due elementi di cui si compone l’immagine, in verità dominata dalle tinte bruno-giallastre del campo coltivato. La campitura del cielo si presenta celeste e uniforme, quasi irreale.
Questo testo è parte della scheda di Michele Andrea Pistocchi per il catalogo della Collezione Bianchedi-Bettoli/Vallunga pubblicato da Bononia University Press nella collana Cataloghi dell’Istituto per i Beni Artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna.
Fonte: PatER-Catalogo regionale del patrimonio culturale | https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/pater/loadcard.do?id_card=156377