Una “Raccolta di disegni diversi”.
L’album Valadier della Pinacoteca Comunale di Faenza
L’album Valadier raccoglie 248 disegni, interamente pubblicati in occasione della mostra Valadier. Splendore nella Roma del Settecento tenutasi alla Galleria Borghese di Roma dal 30 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020. L’album faceva parte del fondo di disegni di arti decorative che si conservava interamente nell’officina dei Valadier di via del Babuino a Roma al momento del suo smantellamento negli anni Settanta – Ottanta del XIX secolo. Si trattava di disegni di natura estremamente composita, utilizzati per oltre mezzo secolo, tra gli anni Sessanta del Settecento e gli anni Dieci dell’Ottocento, da Luigi Valadier e poi da suo figlio Giuseppe come campionario di creazioni possibili, idee grafiche da squadernare sotto gli occhi dei committenti, e, allo stesso tempo, come modelli che i molti artigiani della bottega dovevano fedelmente seguire per la realizzazione di quegli argenti, bronzi, orologi, deser, oggetti di marmi policromi di ogni foggia, arredi sacri, mobili, scagliole e altro ancora che, sulle orme del padre Andrea (1695-1759, maestro argentiere dal 1725), resero celebre nell’Europa neoclassica Luigi (1726-1785, maestro argentiere dal 1760) e poi suo figlio Giuseppe (1762-1839, maestro argentiere dal 1785 al 1817).
Insieme all’album di Faenza, del fondo conservato nella bottega di Valadier facevano originariamente parte un secondo album con 107 disegni disposti su 46 carte entrato nelle raccolte del Museo Napoleonico di Roma nel 1932 insieme ad altri 8 disegni sciolti sempre provenienti dal fondo Valadier, e un terzo album formato da 144 disegni incollati su 91 carte, comparso a Londra agli inizi degli anni Novanta del Novecento, smembrato e disperso sul mercato antiquario. QQuando riemerse a Londra agli inizi degli anni Novanta del Novecento, questo terzo album era accompagnato da circa 1200 fogli sciolti, anch’essi finiti nei circuiti del mercato dell’arte e oggi divisi in varie collezioni private, e da un Registro di 380 pagine contenente l’inventario dei beni presenti nella bottega Valadier di via del Babuino nel 1810. Il Registro, acquistato alcuni anni fa dalla Frick Collection di New York, fu redatto quando Giuseppe aveva in animo di disfarsi dell’attività di famiglia con la volontà di dedicarsi esclusivamente a quella che riteneva essere la sua grande vocazione, e cioè l’architettura. In realtà il passaggio di mano della bottega avvenne soltanto il 30 giugno 1827, quando Giuseppe Spagna, divenuto cognato di Giuseppe Valadier nel 1817, presente da molti anni nello studio prima come lavorante e poi come direttore, ne divenne effettivamente il proprietario. Intanto nel 1961 il Museo di Roma aveva acquistato dalla vedova di Antonio Muñoz 12 disegni, provenienti sempre dal fondo della bottega.
Insieme a quello di Londra e a quello del Museo Napoleonico, nonostante le diverse entità numeriche, l’album di Faenza formava un gruppo unitario. I tre volumi, più o meno delle stesse dimensioni (all’incirca 780 e 550 mm quelli di Faenza e di Roma, leggermente più piccolo quello di Londra: 762 x 535 mm), avevano una medesima, raffinata legatura a mezza pelle con piatti di carta marmorizzata. Il dorso e gli angoli erano di pelle zigrinata. Lungo il dorso, su un fondo verde, recavano la scritta impressa in oro Raccolta di disegni diversi e una serie di decorazioni sempre in oro ottenute con ferri di diversa foggia: palette, palmette, punzoni e filetti. Stando a quanto è stato possibile ricostruire dalle datazioni ipotetiche attribuite ai disegni che li compongono, dal loro stile e dagli oggetti che raffigurano, e anche dalle loro legature, è plausibile che la formazione di questi 3 album risalga ad anni non posteriori al 1810. Tra i fogli dei 3 album, il progetto più tardo che possiamo datare con certezza, contenuto proprio nella raccolta di Faenza, è relativo all’esecuzione su disegni di Giuseppe Valadier del Reliquiario della Vera Croce commissionato nel 1803-1804 dalla duchessa di Villahermosa per la basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme.
Tutti i disegni dello studio, la cui totalità tra quelli sciolti e quelli originariamente legati nei 3 album ammonta ad un numero che supera le 1700 unità, ci restituiscono una vivida testimonianza della cultura materiale di questa importante bottega. Dovevano costituire un archivio documentario cui – come risulta dai documenti inventariali che ci sono giunti – si dava notevole rilievo all’interno dello studio. Si trattava di un ricchissimo repertorio di idee da poter realizzare o di lavori già compiuti di cui si conservava orgogliosa memoria, di tipologie di oggetti d’arte, di forme, stilemi, partiti ornamentali cui attingere e, insieme, un nutrito campionario da sottoporre ai sofisticati clienti del Grand Tour o all’esigente aristocrazia romana.
Nel fondo faentino ci sono due disegni firmati da Luigi, nessuno firmato da Giuseppe. I due di Luigi, come gli altri suoi fogli firmati che si conoscono, in realtà pochissimi, sono punti fermi preziosi attorno ai quali muoversi per l’attribuzione dei disegni. La penna di Luigi ha un segno deciso, sempre sicuro e costruttivo ma muta negli anni e soprattutto è in grado di saggiare diversi registri di stile e d’ispirazione. Si muove dal fraseggio del mondo Luigi XV ai forti riferimenti allo stile di Piranesi, da cui viene decisamente rapito al passaggio tra anni Sessanta e Settanta. E poi al valico degli anni Ottanta, forse sotto l’influsso di Giuseppe ma non solo, il suo segno si regolarizza, cade nei presidi dell’incipiente sensibilità neoclassica, si fa più ordinato però senza mai perdere vigore, sicurezza e un certo spirito visionario. Lo stile di Giuseppe è più facile da individuare. Il suo tratto è sottile, appuntito, spesso minuzioso e piuttosto lineare. È evidente che quando Giuseppe disegna lo fa con la mente all’architettura. Del resto è lì che batte il suo cuore, non nel multiforme, affascinante universo delle arti decorative. Tra i fogli dell’album certamente riferibili a Giuseppe c’è il progetto di una legumiera. Giuseppe disegna un portavivande, certamente, ma lo fa con lo sguardo fisso ai modelli di quella nuova architettura civile, soprattutto di marca francese, che i venti della ragione e della rivoluzione propagandosi in Europa avevano trasportato sui cieli immutabili e dorati della Roma papale.
Oltre a quelli di mano di Luigi e di Giuseppe, all’interno dell’album faentino si possono infine circoscrivere ulteriori nuclei di disegni riconducibili ad altre figure che operavano a tempo pieno o come collaboratori all’interno della bottega Valadier, come designer e progettisti. Sono artisti o artigiani rimasti anonimi. Soltanto di uno possiamo fare il nome con ragionevole attendibilità. Si tratta dell’orafo romano Giovanni Bettati, di cui all’interno dell’album si conserva un disegno. Alcuni altri erano nel fondo ricomparso a Londra. Ma più che nella ricerca attributiva dei singoli fogli che lo compongono, questo album va considerato nella sua eccezionale interezza, come preziosa testimonianza di una fase gloriosa della storia delle arti decorative italiane.