Il santo in saio bianco che regge un libro e il pastorale è stato identificato con San Benedetto (ma non si può escludere che possa essere San Bernardo di Chiaravalle), l’altro più giovane che impugna una spada è riconoscibile in San Galgano (Tambini 1982). Possiamo ipotizzare che la tavoletta provenga da un’opera situata in Toscana, considerato che il pittore non fu mai attivo fuori da questa regione, e che fosse destinata a una sede camaldolese o cistercense, dato che l’immagine di San Benedetto in saio bianco (e non scuro) è raffigurata di solito nelle opere eseguite per questi due ordini (G. Kaftal, Iconography of the Saints in Tuscan painting, Firenze 1952, p.145).
Nel 1957 Antonio Archi attribuisce i due santi alla scuola senese dell’inizio del XIV secolo, e più precisamente alla cerchia di Simone Martini. In seguito, la tavoletta fu studiata di nuovo da Anna Tambini (1982) che la pubblica come Nicolò di Segna, seguendo il suggerimento orale di Carlo Volpe.
Nei due santi, i cui volti risentono ancora dei modi di Duccio da Boninsegna, la decorazione dei nimbi, con punzone a fiore su fondo granito abbastanza semplice per lo stile di Niccolò di Segna, è dovuta probabilmente anche al piccolo formato. Questo tipo di ornamento si può ritrovare soprattutto nelle prime opere del pittore, come la Crocifissione di Esztergom o le Sante Caterina, Maddalena e Margherita nella Staatsgalerie di Stoccarda, che si collocano nel periodo del 1325-1330 (inv. 3113).
L’espediente degli alberi utilizzato per separare i santi non risulta per niente banale e come già è stato segnalato da Anna Tambini (1982), potrebbe riflettere modelli contemporanei, come per esempio i fusti vegetali nel pannello centrale del polittico del Beato Agostino Novello di Simone Martini o un’asta laterale del polittico di Pietro Lorenzetti nella Abegg-Stiftung Bern di Riggisberg. Nella tavoletta faentina (ad evidenza un frammento) la posizione delle figure volte verso destra indica che la serie dei personaggi nella parte mancante continuava in quella direzione.
Le condizioni conservative tutt’altro che buone e le cadute di colore sono in parte dovute a una pulitura troppo aggressiva, subita prima dell’ingresso dell’opera in Pinacoteca. Nella parte bassa del frammento si può vedere ancora il gesso di preparazione del dipinto, con una sottile linea dorata che ci conferma che i personaggi fin dall’inizio furono pensati per essere raffigurati a mezzobusto, con un’altezza simile a quelli del polittico n.38 dello stesso Niccolò di Segna (1330-1335) diviso tra Museo Horne (inv. 58), la Pinacoteca Nazionale di Siena (inv. 24, inv. 38), la Galleria Cini di Venezia (inv. 6677), Musée des Beaux-Arts a Digione (inv. D 23 A-B), il Museo Nazionale di Pisa e diverse collezioni private (cfr. N. Matteuzzi, Niccolò di Segna e suo fratello Francesco: pittori nella Siena di Duccio, di Simone e dei Lorenzetti, Firenze 2018, pp.112-114). Se la venatura del legno risultasse verticale, come sembra ad occhio nudo, è possibile che la tavoletta facesse parte di un piccolo dittico destinato alla devozione privata (comunicazione orale di Andrea De Marchi).