L’importanza e la bellezza del dipinto (già attribuito al Bronzino da Calzi, 1909) gli meritarono addirittura d’essere esposto, come Santi di Tito, alla celebre mostra sul ritratto italiano tenutasi a Palazzo Vecchio a Firenze nel 1911 per celebrare il cinquantenario dell’Unità d’Italia. La paternità fiorentina dell’opera è stata comunque sempre evidente, fino alla sua definitiva e convincente assegnazione al corpus di Mirabello Cavalori, raro ed raffinato pittore del gruppo eletto da Vasari per la decorazione dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio a Firenze.
Il giovane uomo è vestito con eleganza sobria e raffinata: indossa un farsetto di stoffa opaca, decorato da impunture e piccoli tagli verticali, secondo la moda del tempo (si notano, sullo sfondo, i fili del tessuto tagliato) con bottoni in tinta sul davanti e sulla manica. La gorgiera candida è magnificamente inamidata, con pieghe perfette e regolari. Il busto è di profilo, ma la testa del personaggio si volge verso l’osservatore con uno sguardo diretto e intenso, e un’espressione solenne che la bocca serrata e seria, incorniciata da baffetti e “mosca” sul mento, sembra confermare. L’atmosfera è quella, sospesa, dei momenti importanti, in cui si vuol richiamare l’attenzione per annunciare un evento o un’occasione, in questo caso dichiarata dalla mano che mostra uno strano oggetto. Ritratti di giovani che mostrano un anello o un gioiello sono facilmente identificati come la formula iconografica dell’orefice (che tuttavia è caratterizzata dalla presenza di altri gioielli o da ferri del mestiere) o, più verosimilmente, del fidanzato, categoria cui appartiene il dipinto di Faenza. In esso tuttavia il protagonista non tiene in mano un anello, bensì una chiave ad anello, del tipo in uso già nell’antica Roma, quando per l’assenza di tasche negli abiti questo tipo di oggetti veniva custodito anche appendendolo a una cordicella (se ne veda un esempio, probabilmente del III secolo d.C., nel Victoria & Albert Museum di Londra: https://collections.vam.ac.uk/item/O122113/ring-unknown/). Chiavi di queste dimensioni ridotte, con intagli e indentature complesse, in genere non servivano ad aprire le porte ma le serrature di piccoli forzieri, scatole porta-documenti o portagioie.
Nell’opera faentina, come si è detto un ritratto tipico di fidanzato, la chiave ad anello che viene mostrata come un pegno prezioso, assume un valore simbolico: non è una gioia qualsiasi, ma indica l’intenzione di aprire il cuore dell’amata, o comunque di essere l’unico ad aver il potere di accedere al tesoro di sentimenti in esso contenuto.
Mirabello costruisce l’enigmatico dipinto intorno al 1565-1570, per consonanza di stile con le opere databili a qual periodo e soprattutto ai ritratti nella grande pala raffigurante San Tommaso d’Aquino e i suoi devoti (firmata e datata 1568. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Depositi), dove i personaggi ai piedi del santo mostrano caratteri assai vicini a quelli del ritratto faentino. La proposta di identificazione del nostro “fidanzato” – avanzata da Nesi (2009) – con Guglielmo di Martino Giuliani, uno dei devoti, rimane a nostro avviso solo ipotetica, anche per la generica somiglianza del giovane faentino anche ad altre figure nella stessa pala.
Nell’opera della Pinacoteca, dove si nota l’alone di un “pentimento” nella stesura della testa (che in origine era spostata leggermente più a destra) sono presenti gli elementi che riconosciamo in tutti i ritratti maschili di Cavalori: l’austerità della posa e dell’espressione, il forte close-up della testa che emerge sempre dalla corolla della candida gorgiera a lattuga, la gamma cromatica apparentemente limitata ma, a ben guardare, ricca di sfumature e di impercettibili variazioni. Solo un’osservazione attenta, infatti, rivela l’arrossamento quasi impercettibile della rima palpebrale (accenno a una lacrima di commozione?), il tocco di luce rosata sul labbro inferiore, i molti toni di bianco e bianco-grigio che costruiscono la gorgiera come una scultura, le diverse qualità di nero che rendono palpabile la stoffa morbida del farsetto.