Madonna col Bambino in trono fra San Michele Arcangelo e san Giacomo Minore, nella lunetta Padre eterno e serafini

Madonna col Bambino in trono fra San Michele Arcangelo e san Giacomo Minore, nella lunetta Padre eterno e serafini

Marco Palmezzano

data opera
1497-1500
tecnica
olio su tavola
dimensioni
179 x 175 cm (Pala); 92 x 182,7 cm (Lunetta)
provenienza opera

Faenza, Orfanotrofio delle Femmine detto “delle Micheline”; 1879: ingresso in Pinacoteca

descrizione breve

Nella lunetta è raffigurato Dio Padre benedicente, sorretto da una nuvola di serafini. Nella pala sottostante la Vergine Maria, con in braccio Gesù e seduta su un bizzarro trono dalle decorazioni geometriche. In basso, a sinistra, è raffigurato San Michele Arcangelo con la spada e l’armatura, mentre sul lato opposto si riconosce l’Apostolo Giacomo Minore, intento a leggere un libro. Dietro i personaggi si apre un paesaggio montagnoso, popolato da diverse figure. Vi sono raffigurati alcuni episodi legati al culto di San Michele: in alto a sinistra la miracolosa apparizione dell’Arcangelo a Roma, durante una pestilenza, sulla cima della Mole di Adriano (oggi nota come Castel Sant’Angelo); su tutto lo sfondo si sviluppa la leggenda cristiana di un toro che, sfuggito al suo padrone, si sarebbe fermato nel luogo in cui sarebbe stato poi fondato il monastero di San Michele a Monte Sant’Angelo, sul Gargano.

La presenza di Sant’Antonio nello sfondo, in basso a destra, vestito di scuro e col bastone, potrebbe alludere al nome dei due committenti: Antonio Santi e Antonio Maneghelli, priori della Compagnia di San Michelino di Faenza, che nel 1497 commissionarono a Marco Palmezzano la pala da porre nella chiesa della loro confraternita religiosa. Il dipinto venne poi consegnato dall’artista nell’anno 1500.

n° inventario
112; 113

La grande pala d’altare, della quale è andata perduta purtroppo la cornice originaria, era composta da due elementi. Nella lunetta in alto è raffigurato il busto di Dio padre benedicente, sorretto da una nuvola di serafini. Nella pala in basso viene invece mostrata una Sacra Conversazione.

Sotto la volta di un maestoso edificio classicheggiante rivestito di marmi policromi, la Vergine Maria è assisa, al centro, su un complicatissimo trono-piedistallo, retto da otto pilastri con decorazioni piramidali. Sulle sue ginocchia è seduto il piccolo Gesù benedicente. In basso, ai lati del trono, è presente a sinistra l’Arcangelo Michele, vestito con una splendente armatura e nell’atto di brandire la spada, mentre a destra si trova l’apostolo Giacomo Minore, intento a leggere un libro. Sullo sfondo, al di là di un parapetto marmoreo decorato da un fregio a racemi vegetali, si scorge un paesaggio montagnoso, punteggiato da una fitta vegetazione e abitato da diversi personaggi.

Qui, in alto a sinistra, al di sopra di una fortezza, è visibile ancora una volta l’Arcangelo Michele. La scena rimanda alla leggenda secondo cui a Roma, durante un’epidemia, l’arcangelo sarebbe apparso a Papa Gregorio Magno sulla cima della Mole Adriana, ovvero i resti del Mausoleo dell’Imperatore Adriano, facendo cessare così la pestilenza. A memoria dell’evento miracoloso l’edificio sarebbe stato chiamato da quel momento Castel Sant’Angelo. Le sue forme sono evocate nella struttura della rocca presente nel dipinto (Benati 2011). Sotto il castello è raffigurato invece un toro a riposo in una radura. La sua presenza allude a un’altra leggenda cristiana legata al culto di San Michele. Essa narra che nei pressi del Monte Gargano, in Puglia, un toro, sfuggito al padrone, si fermò e si inginocchiò su un monte, nei pressi di una spelonca. Trovatolo dopo averlo cercato a lungo e non riuscendo a farlo tornare indietro, il padrone scagliò rabbiosamente contro l’animale una freccia, che tuttavia tornò miracolosamente indietro, ferendo lievemente l’uomo (come si può vedere, sempre nello sfondo, in alto a destra). Questi, turbato da quanto accaduto, andò a riferire il tutto al vescovo, che credendo alle sue parole sancì tre giorni di preghiera. Alla scadenza dei tre giorni apparve miracolosamente l’Arcangelo Michele, che impose di far costruire un santuario proprio nei pressi della spelonca. Sarebbe nato così il santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo sul Gargano, una delle principali mete di pellegrinaggio in Europa a partire dal Medioevo (ibidem).

Sempre nello sfondo, in basso a destra, sono riconoscibili altri due personaggi: Sant’ Antonio abate, con il bastone e vestito di scuro, e San Paolo Eremita, dalla lunga barba e dalla veste bianca. Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze l’anziano Sant’Antonio sarebbe andato a trovare il pluricentenario San Paolo, considerato dalla tradizione cristiana come il primo eremita, poco prima che questi morisse. La presenza di Sant’Antonio potrebbe alludere al nome dei due committenti della pala: Antonio Santi e Antonio Maneghelli, priori della Compagnia di San Michelino di Faenza, detta anche dei Battuti Rossi (Forlì 2011, p. 385). Nel contratto, stilato il 12 giugno 1497 e oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Faenza (ibidem), Marco Palmezzano si impegnava con la Compagnia a consegnare entro l’aprile dell’anno successivo una pala che, come veniva prescritto, doveva essere la “più degna” e “più bella” fra quelle esistenti al tempo a Faenza. Il dipinto, inoltre, doveva essere eseguito a olio e per esso dovevano essere impiegati colori pregiati e oro fino. Da un altro documento sappiamo che il lavoro venne saldato il 16 marzo dell’anno 1500 (in Forlì 2011, p. 386). La Pala, che venne collocata nella chiesa di San Michelino (distrutta), in seguito fu traslata nell’Orfanotrofio delle Femmine, fondato nel 1542 e gestito dalla medesima confraternita (e perciò chiamato “delle Micheline”: per la sua storia si veda Archi, Piccinini 1973). Nel 1811 l’istituto venne trasferito nell’edificio che un tempo ospitava il monastero di San Paolo, nell’attuale via Cavour (Ibidem). Qui la pala venne notata da Charles Lock Eastlake, direttore della National Gallery, che a partire dal 1859 tentò più volte di comprarla per il museo londinese, facendo al direttore dell’Orfanotrofio generose offerte. La vicenda accese l’interesse di diversi intellettuali faentini che si rivolsero alle autorità locali per scongiurare quella che sarebbe stata una gravissima perdita per il patrimonio artistico cittadino. Fortunatamente le lunghe trattative con la National Gallery si risolsero con un nulla di fatto e nel 1879 la pala venne comprata dal Comune di Faenza per le raccolte d’arte civiche (L’appassionante vicenda è stata ricostruita nei dettagli da Sauro Casadei, 2005).

Nella prima metà dell’Ottocento la Pala delle Micheline era creduta un’opera di Melozzo da Forlì, fino a quando Gian Marcello Valgimigli (1857) non pubblicò il contratto di commissione. Da quel momento l’attribuzione a Marco Palmezzano non fu più messa in discussione e l’opera venne fin da subito considerata fra i vertici della sua produzione.

Stilisticamente il dipinto mostra, nell’uso atmosferico della luce e nell’impiego di colori brillanti, il forte influsso esercitato dall’arte veneziana sul pittore, rafforzatosi dopo il suo documentato soggiorno in laguna nel 1495. Il volto rotondeggiante della Vergine ricorda infatti quello di diverse Madonne di Cima da Conegliano, mentre lo sfondo richiama i luminosi paesaggi di Giovanni Bellini. Le architetture fortemente scorciate, così come il bizzarro motivo decorativo a punte di diamante del trono (presente in altre opere del pittore, come la Pala della Chiesa di San Francesco a Matelica o la Madonna col Bambino in trono fra i santi Giovanni Battista e Filippo Benizi della Cassa di Risparmio di Cesena, inv. 519) sono i frutti dell’alunnato di Palmezzano presso Melozzo da Forlì, da Vasari ricordato come maestro negli “scorti”. Come notato da Carlo Grigioni (1956, p. 420) e da Daniele Benati (2011), la complessa architettura del trono dimostra anche la conoscenza della celebre Pala Portuense di Ercole de Roberti del 1481, all’epoca visibile nella Chiesa di Santa Maria in Porto Fuori, vicino a Ravenna, e oggi conservata nella Pinacoteca di Brera a Milano (inv. 203). La composizione col Dio Padre benedicente fra serafini fu riutilizzata diverse volte da Palmezzano, come nella lunetta del Cristo portacroce in Galleria Spada a Roma (inv. nn. 159, 160). I volti dei serafini ricordano quelli della cupola della cappella Feo in San Biagio a Forlì, i cui affreschi, iniziati da Melozzo nel 1493 e conclusi da Palmezzano alla morte di questi nel 1494, vennero purtroppo distrutti nel 1944, durante i tragici bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

ARCHI, PICCININI 1973
A. Archi, M.T. Piccinini, Faenza come era: architettura e vicende urbanistiche, chiese e conventi, famiglie e palazzi, Faenza 1973, pp. 175-177

BENATI 2011
D. Benati, in Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, catalogo della mostra (Forlì, Musei di San Domenico, 29 gennaio – 12 giugno 2011), a cura di D. Benati, M. Natale, A. Paolucci, Cinisello Balsamo 2011, scheda n. 71, p. 276

CASADEI 1991
S. Casadei, Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991, scheda n. 7-7°, pp. 5-6

CASADEI 2005
S. Casadei, in Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne, catalogo della mostra (Forlì, Musei di San Domenico, 4 dicembre 2005- 30 aprile 2006), a cura di A. Paolucci, L. Prati, S. Tumidei, Cinisello Balsamo 2005, scheda n. 21, pp. 230-232

COLOMBI FERRETTI 2015
A. Colombi Ferretti, Faenza agli inizi del secolo, in A. Colombi Ferretti, C. Pedrini, A. Tambini, Storia delle arti figurative a Faenza, vol. V, Il Cinquecento. Parte prima, Faenza 2015, pp. 13-17

FORLÌ 2011
Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne, catalogo della mostra (Forlì, Musei di San Domenico, 4 dicembre 2005- 30 aprile 2006), a cura di A. Paolucci, L. Prati, S. Tumidei, Cinisello Balsamo 2005

GRIGIONI 1956
C. Grigioni, Marco Palmezzano pittore forlivese nella vita nelle opere nell’arte, Faenza 1956, pp. 64-66, 415-421

TAMBINI 2003
A. Tambini, La pittura a Faenza al tempo di Leonardo, in Leonardo a Faenza, Faenza, 2003, pp. 21-22

TUMIDEI 1999
S. Tumidei, Romagnoli in Veneto: congiunture figurative e viaggi di artisti fra Quattro e Cinquecento, in La pittura emiliana nel Veneto, a cura di Sergio Marinelli, Angelo Mazza, Modena, 1999, pp. 78-80

VALGIMIGLI 1857
G. M. Valgimigli, Calendario Faentino per l’anno 1857, Faenza, 1857, pp. 4-8

VIROLI 1991
G. Viroli, La pittura del Cinquecento a Forlì, 2 voll., Bologna, 1991, vol. I, pp. 17, 28-29

Le immagini sono di proprietà della Pinacoteca Comunale di Faenza. Per l'utilizzo delle immagini, scrivere a infopinacoteca@romagnafaentina.it.

scheda opera redatta da
Piero Offidani