I due cassoni, identici per forma, misure e decorazioni, sono due rari esempi superstiti di arredo di lusso del XV secolo. Essi sono costituiti da una parte superiore a forma di parallelepipedo rettangolo e da una inferiore leggermente bombata e rastremata in basso. Delle cornici aggettanti, decorate con motivi o a ovoli o a dentelli, fungono da raccordo fra le due sezioni. Sia sulla fronte sia sulle due facce minori di ogni cassa è presente un elegante motivo decorativo a rilievo, eseguito in gesso dorato. Esso riproduce sinuosi racemi vegetali, nel cui intreccio è possibile scorgere fiori, anfore e alcuni elementi ibridi, simili a delfini. Il tutto si staglia su un fondale color blu, contraddistinto da decorazioni filiformi dorate ottenute con la tecnica del graffito. Rilievi del tutto simili sono presenti anche sui coperchi. Prima della Seconda Guerra Mondiale ognuno dei due cassoni poggiava su quattro zampe leonine, oggi perdute (lo si può vedere in Messeri-Calzi 1909, p. 137). Danneggiati durante gli anni del conflitto, i due mobili furono restaurati nel primo dopoguerra da Angelo Marocci (Tambini 2000, p. 216).
Il “cassone” era uno degli elementi principali dell’arredamento domestico del XV secolo . Impiegato per riporvi abiti, biancheria ma anche denaro e oggetti preziosi (come gioielli e libri), nel corso dei secoli, a seconda delle aree geografiche, del periodo e delle possibilità economiche della committenza, esso assunse diverse fogge e dimensioni. Solo nel corso del Cinquecento verrà sostituito dai più agevoli e capienti armadi. Il termine “cassone” risale al XVI secolo: nelle epoche precedenti, come risulta dalla lettura degli inventari domestici, esso veniva indicato con altri vocaboli, come “cofano” o “forziere”.
A partire dal Medioevo i cassoni, in coppia, venivano per consuetudine donati in occasione delle nozze alla sposa (inizialmente dalla sua famiglia, poi da quella dello sposo) ed erano concepiti per custodirne il suo corredo. Collocati nella camera nuziale, essi venivano posti o ai piedi del letto o lungo le pareti dell’ambiente, spesso su dei bassi piedistalli detti anche “predelle”. Per le famiglie altolocate i cassoni nuziali costituivano un vero e proprio status-symbol e spesso per la loro realizzazione non badavano a spese, commissionando ad artigiani altamente specializzati esemplari anche di dimensioni monumentali. Questi potevano essere decorati in vari modi: con pitture, con rivestimenti in cuoio lavorato, con complessi intarsi lignei o con rilievi in gesso dorati o dipinti. In alcune specifiche aree geografiche, come a Firenze, a Siena o a Verona, alle botteghe di pittori veniva richiesto di realizzare sui fronti dei cassoni alcune scene figurate. Queste per lo più rappresentavano o temi cortesi (come battaglie di cavalieri, cortei di dame o cacce nei boschi) o vicende tratte dalla letteratura antica, spesso di carattere allegorico e moraleggiante. Quasi sempre, poi, venivano raffigurati gli stemmi delle famiglie dei due sposi, a suggellare la prestigiosa unione di due casati.
Sono documentati anche casi di “cassoni da monache”, donati alle ragazze di buona famiglia che si ritiravano in convento, diventando “spose di Cristo”. I due lussuosi esemplari della Pinacoteca di Faenza potrebbero esserne un esempio.
Essi provengono, infatti, dal monastero camaldolese faentino di San Maglorio. Secondo la tradizione locale, essi furono un dono del signore di Faenza, Galeotto Manfredi, all’amante ferrarese Cassandra Pavoni, che nel 1480, in concomitanza del matrimonio di Galeotto con Francesca Bentivoglio, si ritirò in clausura proprio in San Maglorio, dove sarebbe morta nel 1513 (Malagola 1883, p. 382, nota 2). Sebbene non esistano prove certe riguardo a questa leggendaria e illustre origine, una datazione per i due mobili attorno al 1480 risulta comunque verosimile.
L’aspetto delle due eleganti casse faentine richiama volutamente i sarcofagi antichi, spesso decorati con fregi vegetali. Tale scelta decorativa non era di certo inconsueta nella seconda metà del Quattrocento e rispecchiava pienamente il gusto della clientela benestante del tempo. La riscoperta della cultura e dell’arte classica, elemento peculiare della stagione rinascimentale, a quelle date iniziava infatti a influenzare profondamente anche la produzione degli arredi delle case signorili. Ciò viene testimoniato anche da Giorgio Vasari, che nel capitolo de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568) dedicato al pittore fiorentino Dello Delli, specializzato nella decorazione di cassoni, per descrivere tali mobili usa la seguente terminologia: “ad uso di sepolture”, ovvero imitanti i sarcofagi antichi.
Non è noto chi sia stato l’artigiano che ha realizzato i due pregevoli esemplari faentini. Antonio Messeri e Achille Calzi (1909, p. 573) videro nei due mobili forti influenze toscane e ipotizzarono che essi potessero essere stati prodotti dalla bottega di Benedetto da Maiano. Ennio Golfieri (1979, p. 112) li considerò un prodotto di artigianato fiorentino e non dissimile fu il parere di Sauro Casadei (1991, p. 40, n.73), che nel catalogo della Pinacoteca faentina li classificò sotto la dicitura “Arte toscana, secolo XV”. In seguito, Golfieri (1990, p. 18), rilevò strette somiglianze fra i decori a intaglio dei due cassoni con quelli presenti nella cornice del Trittico di Giovanni Bellini del 1488, conservato nella sagrestia della chiesa veneziana di Santa Maria Gloriosa dei Frari. L’autore di tale raffinata carpenteria era stato “Maestro Jacopo da Faenza”, la cui firma è leggibile sul retro della stessa. Golfieri, pertanto, ipotizzò che i due cassoni fossero opera di tale artigiano, “intorno al 1480” (Ibidem). Anna Tambini inizialmente giudicò tale attribuzione suggestiva ma non poggiante su analogie determinanti (2000, p. 216), concordando però con Golfieri sul considerare i due cassoni come opera di artigianato faentino. La stessa studiosa, tornando sull’argomento nel 2009, ha considerato convincente l’ipotesi di Jacopo da Faenza come autore dei due cassoni. La Tambini, oltre a rimarcare le vicinanze fra i decori dei due mobili con quelli presenti sulle cornici di pale d’altare veneziane eseguite dall’intagliatore faentino, ha notato strettissime somiglianze con altri due cassoni, forse di fattura veneta: uno conservato al Museo di Arte Occidentale e Orientale di Kiev (del quale vengono riprodotti alcuni particolari in Tambini 2009, p. 212) e l’altro della collezione del Kunstgewerbe Museum di Francoforte.