Il dipinto raffigura l’Annunciazione di Maria, narrata nel Vangelo di Luca (Lc 1, 26-38).
Al di sotto di un loggiato classicheggiante, la Vergine Maria, a destra, intenta a leggere un libro di preghiere, viene interrotta dalla visita dell’Arcangelo Gabriele, al centro in ginocchio. Recandole alcuni fiori di giglio, simbolo di purezza, egli le annuncia che concepirà e partorirà il figlio di Dio, Gesù. All’evento miracoloso assistono, a sinistra, due angeli, intenti in un intenso colloquio. In altro a destra, in una nuvola di luce dorata, sono raffigurate le mani di Dio Padre, nell’atto di inviare a Maria una colomba, immagine dello Spirito Santo, a simboleggiare l’avvenuto concepimento di Cristo. Oltre il muricciolo delimitante il giardino della casa, un “hortus conclusus” emblema della verginità inviolata di Maria, è possibile ammirare un arioso paesaggio, connotato da dolci colline e da una rigogliosa vegetazione.
Il dipinto, entrato nelle collezioni della pinacoteca nel 1887, proveniva dal Palazzo del Seminario di Faenza e prima ancora dalla Chiesa di San Pietro a Fossolo. In origine tale edificio sacro era un oratorio consacrato alla Beata Vergine Annunziata ed era situato nei terreni di proprietà dei Manfredi. Condividevano la stessa provenienza altri due dipinti di Biagio, quasi certamente coevi e raffiguranti San Sebastiano e San Giovanni Battista: giunti in pinacoteca contemporaneamente all’Annunciazione, furono purtroppo trafugati durante la Seconda Guerra Mondiale e mai più ritrovati. Il formato dell’Annunciazione suggerisce che essa un tempo doveva costituire la sommità di una pala d’altare o un di polittico. Non è escluso che anche i due pannelli perduti facessero parte dello stesso complesso decorativo. In mancanza di documenti, non si ha la certezza che quest’ultimo si trovasse fin dall’origine nell’Oratorio dell’Annunziata ma risulta comunque altamente probabile.
Gli studi più recenti (Bartoli 1999, Tambini 2009) hanno proposto di datare l’Annunciazione della Pinacoteca di Faenza attorno al 1475. Precedentemente la critica aveva optato per una datazione più tarda, attorno al 1480 o nei pressi del 1483 (Angelini 1986).
Stilisticamente l’Annunciazione dimostra chiare influenze fiorentine. Il porticato della casa di Maria ricorda le architetture di Brunelleschi e Michelozzo (Tambini 2009), mentre la composizione della scena riprende alcuni esempi di Domenico Veneziano, di Filippo Lippi e, soprattutto, di Verrocchio. Sempre al Verrocchio e alla sua bottega rimanda la costruzione dei panneggi delle vesti dei personaggi. Un ulteriore precedente illustre per il dipinto faentino è l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, custodita agli Uffizi, che Biagio sembra aver imitato soprattutto nella posa del braccio destro della Vergine (Bartoli, 1999). Il leggio e lo scranno intagliati sembrano invece richiamare alcuni esempi di scultura fiorentina degli anni Settanta del Quattrocento (Caglioti, 1995).
La prima menzione dell’Annunciazione di Biagio d’Antonio nella storiografia artistica risale al 1893, quando Adolfo Venturi la attribuì, assieme ai due santi perduti già citati, a Giovanni Battista Utili, un pittore faentino del XV secolo. Tale equivoco perdurò nella critica fino a quando, nel 1934, Carlo Grigioni, dopo aver esaminato attentamente le carte d’archivio faentine, suggerì come autore per le opere il nome del fiorentino Biagio d’Antonio Tucci, documentato a Faenza nel secondo Quattrocento. Tale proposta trovò subito favore negli studi successivi e venne definitivamente confermata dalle ulteriori ricerche di Antonio Corbara, nel 1947.