Cornice di camino
Faenza, Palazzo comunale, diverse collocazioni; 1892: Pinacoteca Civica. L’opera riassemblata fu murata nell’allestimento del 1921 nella cosiddetta Sala Manfredi (S. Casadei, C. Casadei, Pinacoteca comunale di Faenza, Ravenna 2007, pp. 12-13).
Il restauro della cornice di camino è stato realizzato grazie al finanziamento di Galerie Canesso, Parigi.
La mostra del camino, ricomposta e, a seguito di diversi spostamenti, murata, è costituita da una mensola con cornice modanata, decorata ad ovoli e dentelli. Nell’architrave sottostante, ai lati sotto le mensole, è scolpito a bassorilievo l’emblema della famiglia Manfredi, raffigurante gli strumenti per praticare i salassi. Al centro, in una ghirlanda sorretta da spiritelli di ispirazione donatelliana, figura un agnello abbracciato alla colonna, simbolo di Carlo II Manfredi, signore di Faenza tra il 1468 e il 1477. Il camino proviene dal palazzo del Comune, già residenza dei Manfredi e soggetto a un ampio rinnovamento nella seconda metà del XV secolo, ed è stato attribuito alla bottega di Desiderio da Settignano (Settignano 1429/31- Firenze 1462) gestita, assieme al fratello Geri (1422/24- 1461/69), a Firenze.
Le decorazioni lungo i pilasti laterali della mostra del camino murato sono scolpite a festoni vegetali, trattenuti da nappe appese alle mensole intagliate, a forma di profonde volute fogliate. Festoni e ghirlande di foglie e frutta, derivanti dalla scultura funeraria antica, sono motivi ampiamente ripresi a partire dal Quattrocento, nei monumenti funebri (ad esempio nel monumento ad Alessandro Roselli di Pietro Lombardi a Padova o anche in quello dello sconosciuto scultore locale che intorno agli stessi anni del nostro camino realizza, nella cappella di San Terenzio del Duomo di Faenza, il monumento funebre di Andrea Severoli) e nei camini, come quello del museo Bardini di Firenze (n. inv. 240). Alle due estremità dell’architrave, scolpito a bassorilievo, è ripetuto simmetricamente l’emblema della famiglia Manfredi raffigurante gli strumenti per praticare i salassi, antica tecnica medica di estrazione del sangue: l‘apposita lancetta, la cordicella e la ferita stillante sangue. Al centro, in una ghirlanda sorretta da putti, l’agnello abbracciato alla colonna è lo stemma di Carlo II Manfredi, signore di Faenza tra il 1468 e il 1477 e responsabile del rinnovamento architettonico urbano e di ricostruzione del palazzo del Popolo, attuale palazzo del Comune. Nei numerosi ambienti, situati al piano nobile del palazzo, adibiti a residenza della famiglia da parte del signore e della sua corte, secondo una fonte locale seicentesca, Bernardino Azzurrini (1542- 1620), erano presenti “duoi [due] camini intagliati in pietra viva di mano di Donatello” (Azzurrini, ms. 72-VIII, c. 8r), dei quali quello qui esposto potrebbe essere l’unico conservato (Guidotti Magnani 2021). Il generico riferimento a Donatello era suggerito alla fonte antica dal motivo dei due spiritelli che si raffrontano in volo, quasi “planando”, desunto da sarcofagi antichi, introdotto nella scultura quattrocentesca nel tabernacolo del Sacramento nella basilica di San Pietro a Roma e in quello di Parte Guelfa a Orsanmichele a Firenze. Questo elemento si trova impiegato a Firenze, e non solo, a partire dalla metà del XV secolo fino al 1490 circa, nelle decorazioni di monumenti funebri o di complementi di arredo, dalle botteghe di scultori specializzate negli ornamenti lapidei di membrature architettoniche, portali, lavabi e camini, delle chiese e delle dimore fiorentine. Con molte somiglianze stilistiche i due putti reggistemma figurano anche in un camino proveniente da una residenza della famiglia Boni conservato al Victoria and Albert Museum (n. inv. 5896-1859) realizzato intorno al 1457, opera riconducibile alla bottega di Desiderio da Settignano (Settignano 1429/31- Firenze 1462) gestita insieme al fratello Geri (1422/24- 1461/69) a Firenze. A sostegno della provenienza del camino faentino dalla prolifica bottega di Desiderio, potrebbero riferirsi dei pagamenti recepiti dallo scultore nel 1456 per degli acquai e un camino, da parte del mercante d’arte Bartolomeo Serragli (Gentilini 2007; Gentilini 2011). Oltre che a Donatello e successivamente alla bottega di Desiderio (attribuzione accolta anche da Ferretti 2011, p. 62), il camino faentino è stato ricondotto a Francesco di Simone Ferrucci (per le diverse attribuzioni si veda Pellegrini 1994, p. 213, p. 215 n. 33) e a Giuliano da Maiano, anche in relazione alla presenza di quest’ultimo, a Faenza, per la progettazione della ricostruzione della cattedrale (Pellegrini 1994, p. 213).
AZZURRINI
B. Azzurrini, [Descrizione della città di Faenza], Biblioteca Comunale di Faenza, ms. 72- VIII
MESSERI- CALZI 1909
A. Messeri, A. Calzi, Faenza nella storia e nell’arte, Faenza 1909, pag. senza numero, tav. II
CASADEI 1991
S. Casadei, Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991, pp. 38-39 n. 71 CON BIBLIOGRAFIA PRECEDENTE
PELLEGRINI 1991
L. Pellegrini, La produzione di camini a Firenze nel primo Rinascimento, in Giuliano e la bottega dei da Maiano, atti del convegno, Fiesole 13-15 giugno 1991), a cura di D. Lamberini, M. Lotti, R. Lunardi, Firenze 1994, pp. 213
FERRETTI 2011
M. Ferretti, La scultura nel Quattrocento. Storia delle arti figurative a Faenza, Faenza 2011, pp. 62-63
GENTILINI 2007
G. Gentilini, Scultura decorativa e arredi lapidei, in Desiderio da Settignano: la scoperta della grazia nella scultura del Rinascimento, catalogo della mostra (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 22 febbraio – 3 giugno 2007) a cura di M. Bormand, B. Paolozzi Strozzi, N. Penny, Parigi 2007, p. 219-220
GENTILINI 2011
G. Gentilini, L’“amorevolezza del maestro”: compagni e discepoli di Desiderio”, giovane eccellente nella scultura”, in Desiderio da Settignano, Atti del convegno (Firenze, Kunsthistorisches Institut, Max-Planck-Institut; Settignano, Villa I Tatti, The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, 9 – 12 maggio 2007) a cura di J. Connors, A. Nova, B. Paolozzi Strozzi, G. Wolf, Venezia 2011, pp. 104-105
GUIDOTTI MAGNANI 2021
D. P. Guidotti Magnani, Una piazza del Rinascimento. Città e architettura a Faenza nell’età di Carlo II Manfredi (1468-1477), Bologna 2021, pp. 65-66, note 186-191 a p. 97
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16 febbraio 206 – 27 febbraio 2026
Stato di conservazione camino lapideo
La cornice di camino in pietra arenaria, databile al XV secolo e decorata a basso rilievo, presenta uno stato di conservazione complessivamente compromesso, caratterizzato da diffuse alterazioni superficiali e da interventi di restauro pregressi non compatibili.
Le superfici risultano ampiamente ricoperte da depositi superficiali incoerenti, costituiti prevalentemente da polvere sedimentata e particellato atmosferico, che determinano un generale offuscamento della leggibilità plastica del bassorilievo.
A tali depositi si associano macchie e patine di diversa natura, tra cui evidenti tracce di nerofumo, verosimilmente riconducibili all’utilizzo prolungato del camino, oltre a residui alterati di precedenti trattamenti protettivi, probabilmente di natura organica, oggi ossidati e cromaticamente alterati. Sono inoltre riconoscibili numerosi interventi di integrazione e stuccatura realizzati in epoche successive, eseguiti con materiali non compatibili con la pietra originale, quali malte cementizie e gesso.
Tali integrazioni risultano spesso incongrue sia dal punto di vista materico sia cromatico e, in alcuni casi, mostrano fenomeni di degrado superficiale e distacchi localizzati.
Dal punto di vista strutturale si evidenzia una marcata frattura verticale che attraversa la porzione centrale del pannello decorato a bassorilievo.
La lesione appare passante e interessa l’intero spessore dell’elemento lapideo, configurandosi come la criticità conservativa principale dell’opera. Lungo il tracciato della frattura si osservano lievi disallineamenti delle superfici e depositi di sporco accumulati nel tempo.
Nel complesso, lo stato di conservazione dell’elemento evidenzia la necessità di interventi di pulitura, rimozione delle integrazioni incongrue e consolidamento, nonché di una verifica della stabilità strutturale dell’elemento lapideo in corrispondenza della frattura.
Intervento di restauro camino lapideo
L’intervento di restauro è stato finalizzato alla rimozione dei depositi superficiali e delle sostanze estranee presenti sulla superficie lapidea, alla eliminazione delle integrazioni incongrue realizzate in precedenti interventi e al ripristino della continuità materica e della leggibilità estetica dell’apparato decorativo.
In una prima fase è stata eseguita una spolveratura generale delle superfici, effettuata mediante l’utilizzo di pennelli a setole morbide associati ad aspirazione controllata, al fine di rimuovere i depositi incoerenti costituiti da polveri sedimentate e particellato atmosferico senza sollecitare la superficie della pietra.
Successivamente si è proceduto alla rimozione delle integrazioni e delle stuccature non compatibili presenti in particolare nel pannello centrale decorato a bassorilievo. Tali materiali, costituiti da malte cementizie, gesso e resine poliestere, sono stati rimossi meccanicamente con strumenti manuali idonei e con particolare cautela, in modo da non arrecare danni alla superficie lapidea originale.
Una volta eliminate le integrazioni incongrue, è stata effettuata la pulitura delle superfici, finalizzata alla rimozione dei depositi superficiali più aderenti. L’operazione è stata eseguita mediante l’impiego di acqua demineralizzata addizionata con tensioattivi a pH neutro, applicati a pennello e a tampone.
Per garantire un’azione controllata e uniforme del sistema pulente e limitare la penetrazione del liquido nel substrato, l’applicazione è stata effettuata interponendo fogli di carta giapponese tra il prodotto e la superficie lapidea. Le macchie di varia natura, tra cui residui di nerofumo e tracce di precedenti trattamenti protettivi alterati, sono state trattate con solventi selezionati in base alla loro efficacia e compatibilità con il materiale lapideo, quali alcool etilico, acetone e white spirit.
I solventi sono stati applicati mediante l’utilizzo di un prodotto addensante (Nevek), che ha consentito di ottenere impacchi controllati e localizzati. I tempi di contatto sono stati stabiliti sulla base delle prove preliminari di pulitura e sono stati seguiti da accurati risciacqui con acqua demineralizzata, finalizzati alla rimozione dei residui di solvente e dei prodotti di dissoluzione.
Completata la fase di pulitura, si è proceduto alla stuccatura delle fratture, delle lesioni e delle lacune, mediante l’impiego di un impasto a base di calce e polvere di pietra, opportunamente calibrato per caratteristiche fisiche e cromatiche in modo da risultare compatibile con la pietra arenaria originale.
A conclusione dell’intervento è stata realizzata una velatura pittorica mediante acquarelli, applicata in modo selettivo sulle stuccature, con lo scopo di migliorare l’integrazione cromatica delle parti reintegrate e ristabilire un più equilibrato rapporto visivo tra le superfici originali e gli interventi di integrazione.

