Mirabello Cavalori
Vasari lo ricorda nelle Vite del 1568 insieme ad altri pittori “i quali hanno fatto e fanno così fatte opere di pittura a olio, in fresco, e ritratti, che si può di loro sperare onoratissima riuscita” aggiungendo “Ha Mirabello fatto molti ritratti, e particolarmente quello dell’illustrissimo Prencipe più d’una volta, e molti altri che sono in mano di diversi gentiluomini fiorentini”. Certamente lo storiografo aretino stimava Cavalori al punto da chiamarlo nel gruppo degli artisti incaricati della decorazione dello Studiolo del Principe in Palazzo Vecchio, eseguita tra il 1570 e il 1572 con sculture in bronzo e due registri di pannelli dipinti, tutti affidati ai più bei nomi del secondo Manierismo fiorentino. In questa impresa, si deve a Mirabello l’esecuzione del Lanificio nel registro superiore: un soggetto che doveva essere nelle sue corde e familiare, dato il mestiere del padre Antonio, lanaiolo. Nello Studiolo gli fu affidato inoltre l’ovale su uno degli sportelli raffigurante Lavinia all’ara, opera – come il Lanificio – caratterizzata da un’atmosfera fortemente drammatica con figure allungate, panneggi tormentati, composizioni vorticose, colori acidi e chiaroscuri marcati che ricordano molto Jacopo Pontormo. Questi elementi stilistici si ritrovano anche nella splendida tavola raffigurante Isacco benedice Giacobbe già in collezione Loeser a Firenze e poi passata sul mercato antiquario (https://www.christies.com/en/lot/lot-1666161)
L’attività ritrattistica di Cavalori tanto celebrata dal Vasari dovette godere di molti favori da parte della committenza agiata: oltre alla curiosa rassegna di notabili fiorentini (quindici in tutto, addirittura con i rispettivi nomi scritti nel colletto) che affianca il Santo protagonista nella pala con San Tommaso d’Aquino e i suoi devoti (firmata e datata 1568. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Depositi), ne sono stati identificati finora circa dieci (cfr. A. Nesi, Mirabello Cavalori ritrattista tra devozione e quotidianità, in “Arte Cristiana” XCVII, 2009, 853, pp. 271-278), tra cui quello della Pinacoteca di Faenza.

