Giorgio De Chirico,
Le rive della Tessaglia

Giorgio De Chirico,
Le rive della Tessaglia

Giorgio De Chirico, Le rive della Tessaglia, 1926
1926 Olio su tela, 93×73
Firmato in basso a sinistra: “G.de Chirico”

Dal 1925 al 1931 De Chirico è a Parigi per il suo secondo lungo soggiorno. Il 1926 è l’anno della definitiva rottura con i surrealisti, che pubblicarono nella loro rivista una sua opera sfregiandola.

De Chirico già da tempo, e in particolare in un suo articolo pubblicata nel 1919, aveva però dichiarato che era interessato al mestiere e per questo si era “messo a copiare nei musei” sentendo il bisogno di una base più solida (G. De Chirico, Il ritorno al mestiere, in «Valori Plastici», I n. XI-XII, Roma, pp. 15-19). Con il nuovo periodo artistico, che lo porta al superamento della metafisica del primo decennio del Novecento, arrivano altri temi nell’arte di De Chirico. Manichini di figure umane senza volto, cavalli in riva al mare, mobili all’aperto e gladiatori.

Il cavallo è un tema fondamentale. «Un cavallo davanti al mare – scrisse Jean Cocteau nel 1928 – assume l’importanza del mito». Il primo quadro delle tele che fra il 1926 e il 1930 hanno come soggetto un cavallo è proprio “Les rivages de la Thessalie”.

«É un dipinto dal fascino inquietante» secondo Franco Ragazzi che nel catalogo della mostra sulle suggestioni del mare tenutasi a Livorno nel 2004 (I tesori del mare 2004, pp. 196-197). Ha così continuato il suo commento al quadro: «un solo cavallo e un solo palafreniere avanzano sulla spiaggia del mare di Tessaglia che sciaborda sullo sfondo. Achille pascola il suo cavallo tra schegge di paesaggio metafisico. Il piedistallo di una statua forse rimossa, la prospettiva di un palazzo porticato con una statua sullo spigolo, una stupefacente costruzione cilindrica dalle enormi dimensioni che può essere letta come un faro. Una massiccia ciminiera, una enorme caldaia primordiale, una torre di mattoni costruita per scalare il cielo.

Tutto è uniformato dal colore, da una materia che restituisce una entità evanescente, gessosa. Propria di una apparizione spettrale o di una rivelazione onirica. L’evocazione accorata delle origini dell’artista infonde all’opera una densità ed una intensità che la rende emozione allo stato puro. Il cavallo accenna a movimenti quasi imponderabili, limitati alla zampa appena alzata. Ma pur nella rarefazione del tempo e dell’aria, si avvertono le vitalistiche vibrazioni della folta coda e della criniera smosse dal vento», conclude la nota di Franco Ragazzi sul quadro.

Questo straordinario dipinto ha anche una storia complessa, ben ricostruita da Maurizio Fagiolo dell’Arco. L’opera, riapparsa nel 1984 in un’asta da Sotheby’s a Londra, è da considerarsi replica con variazioni cromatiche di un quadro considerato capolavoro di Giorgio de Chirico già pubblicato nella monografia di Roger Vitrac del 1927. Anche questa opera aveva già avuto una precedente riproduzione nel libro di Lionello Venturi sulla pittura contemporanea pubblicato da Hoepli negli anni del dopoguerra.

L’esistenza di coppie di quadri analoghi e contemporanei è già stata riscontrata da Fagiolo dell’Arco (M. FAGIOLO DELL’ARCO 1985, pp. 32-33 e fot. 47-48, 1991, pp. 30-33, 2000, pp. 60-61). Anche per altri quadri degli anni Venti come Autoritratto con la madre, La fanciulla amata, La petit néapolitaine e la Natura morta con rovine e corazza del periodo romano e la Natura morta con busto antico e anatre e il Mannequin broderie del ritorno a Parigi.

Su questo comportamento di De Chirico anche Livia Velani ha ricostruito un episodio dandone nel complesso un proprio giudizio positivo. André Breton, che possedeva due quadri di De Chirico, Le rêve de Tobie ripreso nella foto di gruppo scattata da Man Ray e pubblicata nella rivista “La Révolution Surréaliste” del dicembre 1924, e L’énigme d’une journée del 1914, propose l’acquisto de Le Muse inquietanti e dei Pesci rossi.

«Di queste due opere – ha scritto Livia Velani – giacchè una in proprietà del giovane critico toscano Giorgio Castelfranco e l’altra di Mario Broglio, de Chirico propone di fare due copie esatte. L’idea, che lascia esterefatto il poeta, conferma una prassi mantenuta dall’artista che anticipa – conclude Livia Velani – il concetto moderno della riproducibilità di un’invenzione unica e riprende la consuetudine delle botteghe d’arte dal Rinascimento in poi». (Giorgio de Chirico pictor optimus 1992, pag. 127)

Il testo di questa audioguida è parte della scheda di Claudio Casadio per il catalogo della Collezione Bianchedi-Bettoli/Vallunga in vendita presso l’ingresso della Pinacoteca.

♦ Biografia dell’artista
← La collezione Bianchedi Bettoli / Vallunga