Monumentale. Disegni e scultura nell’arte di Domenico Rambelli

MONUMENTALE
Disegni e scultura nell’arte di Domenico Rambelli
7 dicembre 2013 – 1 maggio 2014

Domenico Rambelli: nel segno dell’innovazione.
Riflessione su alcuni inediti


Molto è stato scritto su Domenico Rambelli soprattutto negli ultimi anni, grazie a quella revisione critica del nostro Novecento che è stata attuata da illustri istituzioni. Penso ai Musei di San Domenico di Forlì, prima con la mostra di Adolfo Wildt, a cui partecipò anche il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, allestendo nella propria sede un percorso sulla scultura ceramica con una significativa rappresentazione di opere di Rambelli; poi con la mostra dedicata all’“Arte tra le due guerre”; ma anche a Palazzo Strozzi, con la bella retrospettiva dedicata agli anni Trenta.

Oggi, in contemporanea con le mostre dedicate ad un gigante della scultura come Arturo Martini nelle sedi di Faenza e di Bologna, si omaggia un altro “grande” protagonista dello stesso periodo e degli stessi anni, Domenico Rambelli, di cui la Romagna possiede il più importante monumento del ‘900, realizzato a Lugo e dedicato a Francesco Baracca (foto del bozzetto). Amato dai futuristi, supportato dai classici sarfattiani, grande estimatore della tradizione dei padri, Rambelli fu tra i pochi apprezzati da Wildt, per quella “fede e scalpello” (motto che si evince dal loro epistolario) che sanciva un legame di impegno per un linguaggio artistico complesso e difficile.

Nella sua magistrale elaborazione di una poetica scultorea allineata ai sentori moderni, egli trasmise il suo sapere ad intere generazioni di giovani, grazie alla docenza che Gaetano Ballardini (fondatore del MIC di Faenza), gli assegnò dal 1919 presso l’allora Regia Scuola di Ceramica, per l’insegnamento di Plastica Decorativa ed Applicata e la direzione del ramo artistico (mentre l’ungherese Maurizio Korach, altro grande collaboratore di quegli straordinari inizi, fu a capo della direzione tecnica e tecnologica della Scuola). Non un ceramista ma uno scultore doveva per Ballardini porre le basi di un rinnovamento delle arti decorative, in quella annosa diatriba che forse, solo in epoca contemporanea, è stata superata. “Rinnovarsi o morire” sarà il motto declamato da Gio Ponti in “Domus”: Ballardini ne precorre i tempi, a Faenza, con Rambelli e Korach.

Vorrei porre, in questo breve contributo, l’attenzione ad alcune opere inedite esposte in questa occasione faentina, appartenenti agli esordi.

La bella “Donna col cane” ripercorre il clima liberty, ricollegandosi ad altri noti esemplari dell’epoca, sulle orme di Bistolfi o di Andreotti, ma anche di Dudovich, nel riprendere la figura slanciata, dal lungo abito in stile, con il dettaglio (popolare) del cane ai propri piedi (di cui risparmiamo, in questa sede, l’iconografia). Straordinari il profilo e il volto, perfettamente modellato, ad esprimere eleganza e bellezza tanto austera quanto dolce, in un ossimoro tipico dello stile liberty.

Altre due terrecotte, invece, rappresentano il ritratto del padre e sono databili ante 1903, anno della morte. Si conosceva il famoso “Uomo malato” (di collezione privata, in deposito al MIC di Faenza – vedi foto), di cui Golfieri ipotizzò essere il ritratto del padre. Ora, la scoperta di questi due busti ne conferma l’ipotesi. L’impianto è classico e richiama la tipologia utilizzata da Rambelli per la realizzazione di un’altra piccola scultura, poco nota, “Figura maschile (detto “Bagonghi”)” delle collezioni del MIC (foto). Realismo accentuato con connotazioni popolaresche, di impianto ottocentesco il primo (datato 1901), il secondo più innovativo, con quel taglio delle spalle che prelude a tante realizzazioni in chiave moderna degli anni successivi.

Un ultimo accenno va al bellissimo e straordinario “Autoritratto”, anch’esso inedito. Opera degli anni ‘30, la scultura emana quella forza, quel vigore e quell’intensità riscontrabili nelle opere degli anni Trenta, che lasceranno una firma d’eccellenza nel panorama della scultura italiana del Novecento.

Rambelli fu uno straordinario innovare capace di trasmettere quel gusto per il moderno profondamente legato allo studio dell’antico. Attraverso il suo insegnamento passa la modernizzazione della ceramica, della scultura faentina (e non solo) e della concezione di “monumento” del secondo dopoguerra.

Claudia Casali
direttore Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza