Il Sacro Fuoco di Faenza

IL SACRO FUOCO DI FAENZA
Un aspetto della religiosità popolare tra Riforma e Inquisizione
2 maggio – 28 maggio 2009

DELLA PRODIGIOSA IMMAGINE DELLA B. VERGINE DEL FUOCO

“E perché coteste religiose [le suore domenicane di S. Cecilia, ndc] in quel tempo erano poverissime e abbandonate, Iddio, che non manca co’ prodigi talvolta di provvedere alla necessità de’ suoi servi, non mancò altresì di farlo di queste sue serve dilette con uno stupendo miracolo posto diffusamente alle stampe in grosso volume dal P. Giovanni Maria Capalla Domenicano di Saluzzo , testimonio di vista ed uno de’ teologi esaminati per autenticarne il portentoso avvenimento, riportato pure dagli Annuari Ecclesiastici.

Correva l’anno del Signore 1567. sotto il pontificato di Pio V. e v’erano alcune povere casucce tra il Monistero di coteste suore e l’ospedale di S. Maria della Misericordia e di S. Nevolone [lungo l’attuale via Ugolino d’Azzo Ubaldini, di fianco all’Istituto Righi, già Monastero di s. Cecilia, ndc]: in una di queste abitava una miserabile donna vedova per nome Paola, la quale con altre contigue vivea delle elemosine, che le faceano le monache, le quali pure ad essa e all’altre povere donne davano que’ vili casamenti di loro ragione senza alcun pagamento. Era riposto gran numero di fascine e legna sotto le camere di Paola, la quale per divozione teneva accanto del letto una picciola immagine di Maria Vergine col suo bambino in braccio sopra un asse assai antico dipinto appesa con un sottil filo di seta ad un chiodo confitto nel muro, lasciatale da altra donna per prezzo di sei quattrini, che pur essa comprò da un romito capitato nell’ospedale vicino: al qual chiodo v’era pur anco attaccata altra immagine della B. Vergine di Loreto fatta di stagno di quelle, che vengono dalla S. Casa.

Avvenne che un fanciullo figliuolo d’un’altra donnicciuola portò la notte del principiare li 2. agosto di quell’anno 1567. una candela accesa nella camera di Paola, il quale addormentatosi cadde la candeletta sopra alcune paglie di spiche ritrovate ne’ campi da quella donna, le scintille delle quali penetrate già abbasso sulle fascine s’accese in esse il fuoco, che in un momento fe’ardere tutta quella casa sulle due ore di notte, alzando le fiamme a vista di tutta la città, la quale al suono delle pubbliche e vicine campane corse allo spettacolo. Destatosi il fanciullo fuggissi fuor della camera illeso colle donne ivi abitanti non senza gran miracolo, passando in mezzo alle fiamme senza nocumento. Era grande il tumulto e le strida del popolo, chiedendo acqua. Ma li pozzi dello spedale e del monistero si trovarono per divina permissione voti a maggior prodigio venturo. Le suore vicine spaventate si portarono in coro ad orare, chiedendo aiuto a que’ poveri, e al loro monistero minacciato dalle fiamme fabbricato allora in gran parte di legnami. E già il fuoco avea bruciato il tetto, il pavimento, e tutte le massariccie di quelle case, e spaccati i muri. Sparsa la fama che s’abbruciavano il monistero e l’ospedale, v’accorsero tosto il vescovo monsig. Giambattista Sighicelli, il governatore della città monsig. Corrado Asinario Astesano, ed il presidente della Romagna monsig. Montevalenti allora residente in Faenza.

Quando per le orazioni delle povere monache si videro miracolosamente ripieni i due pozzi d’acqua,dalli quali cavandosene in incredibile abbondanza dalla moltitudine degli operai, senza che mai si scemassero in minima parte, la gettarono sopra l’incendio. Proccurarono pure con istrumenti di opprimere il fuoco con buttare a terra i muri già diroccati, e così loro avvenne di molti, a riserva d’uno il più debole, il più rotto, e spaccato, che per quanti colpi di ferri, e forza adoperassero, non si potè in minima parte atterrare, uscendo dalle sue fessure fiamme voracissime.
Ed ecco in questo mentremirano in mezzo a quelle vampe un’anconetta attaccata al detto muro, e agitata dalle fiamme in ogni parte luminosa d’eccessivo splendore. Mirano tutti, e tutti stupiscono che non si abbruci un legnetto sì debole appeso con un filo ad un chiodo tutto rovente ed infuocato, essendo andato in cenere ogni altro strumento più sodo, usato da quelle povere genti ne’ loro lavorieri, vicino ad essa attacato in quel muro divenuto di macigno, che un sol colpo sarebbe bastato ad atterrarlo. Agitavasi quel quadretto dalla furia delle fiamme ivi dalla maggior materia de’legni e fasci accesi alimentate, ma sempre illeso col suo filo di seta, e risplendente d’una luce non più veduta, e più chiara e luminosa di quella del fuoco, talmentechè il Governatore vedendo quel lume differente esclamò per scherzo, Ecco si brugia anche lo specchio di queste donne: che né dal fumo, né dalla rovina de’ sassi e tetti cadenti prendea nocumento. Ma osservato più diligentemente si vide essere quella luce di Paradiso, ed un’Immagine di Maria sempre Vergine. A tal conoscimento s’alzarono tosto le grida del popolo, Miracolo, Miracolo esclamando. Corrono tutti, massimamente monsig. Vescovo pieno di maraviglia, e inun di gioia interna, e prostrati adorarono la sacra Immagine, vedendo co’propri occhi un prodigio impensato, e sì evidente, che durò sino al far del giorno nell’incendio.

La mattina de’ 2. agosto vi concorse tutto il popolo, i nobili, le dame, la plebe, i religiosi, e d’ogni condizione a mirare tal cosa portentosa, e ad adorare quella santa Immagine. Ma più d’ogni altro di ritorno il medesimo Vescovo cogli altri due Prelati si portarono a primo passo a quel luogo già tutto consumato dalle fiamme, co’ muri atterrati, a riserva di quello, ov’era appesa l’anconetta che non potette essere abbattuto: s’accostano tutti, e mirano non senza lagrime di stupore e divozione la celeste Immagine illesa anche dal fumo attaccata a debil filo intatto di colore tra verde e rosso, col residuo d’altro filo rimasto d’altri quadretti vicini già inceneriti a maggior confermazione del prodigio, attaccati tutti sopra il letto già andato in cenere. Anzi il signor Gasparo Polo nipote del Presidente testificò, che il giorno seguente toccando il chiodo, lo avea trovato ancor scottente e caldo: e lo stesso Presidente chiamata a sé quella povera donna le fece abbondante limosina dopo imparato il modo ch’ebbe e teneva detta Immagine, avanti la quale affermò che diceva le sue orazioni. Monsignor Sighicelli vescovo convocato il collegio de’teologi e giuristi (tra’ quali v’era il P. Capalla scrittore di questo avvenimento) esaminossi rigorosamente tal portento e fattone processo, si conchiuse pienamente per un prodigio singolare in que’ tempi sì necessario, ne’ quali regnava l’eresia degl’Iconoclasti. Ordinò che la sacra immagine non si movesse da quel luogo, ma ivi si adorasse con lumi, processioni, ed altre solennità, poiché tal luogo si era eletto da lei, e concesse che ivi si ergesse un altare per celebrarvi messe, come si fece il giorno seguente, e fu il primo il P. Giambattista Venturini da Lugo inquisitor di Romagna, il secondo il detto P. Capalla, e molti altri anche forestieri: e la sera vi fu una lunga processione di battuti e cantar lodi alla Madre di Dio.

Sparsasi per la provincia e per tutta Italia il miracolo di cotesta prodigiosa Immagine, tutti s’invogliarono chi di mandarle voti, chi offerte, e chi di venire personalmente ad adorarla. Intanto la Vergine santissima non mancò di dimostrare il gradimento, che avea d’un tanto ossequio prestatole con mille grazie, che al riferire degli scrittori furono innumerabili e strepitose, poiché gl’infermi d’ogni sorta di malore ricuperavano la sanità, i ciechi erano illuminati, drizzati i zoppi, liberi gl’indemoniati, come si leggeva nelle tavole appese in chiesa con tanti voti di grazie ricevute in ogni tempo, che restò poi in gran parte coperta del nuovo tempio, quantunque oggidì la maggior parte levati. Tra l’altre città, che si segnalarono nella divozione d’essa fu Imola, li di cui cittadini mossi d’acceso affetto nobili, dame, plebei, vecchi, putti, religiosi, preti, e d’ogni condizione a migliaia tutti a piedi, e parte scalzi vestiti di sacco col loro Vescovo monsig. Francesco Guarini partitisi di notte al lume de’ doppieri sen vennero a Faenza in vago ordine, cosa non più veduta, che nel passare per Castelbolognese vi si aggiunse anche quel popolo. Vennero a riceverli d’incontro monsig. Presidente Montevalenti, e monsig. Asinari Governatore, ed alla porta della città monsig. Vescovo Sighicelli colle confraternite Faentine, e tutti portatisi alla cattedrale a dirittura al suono delle campane, al tiro dell’artiglieria, e all’armonia de’musici strumenti, ivi cantò solennemente la messa il Vescovo d’Imola, e celebrarono numerosi preti Imolesi, ed altri: e fatto esso un pio sermone in lode della prodigiosa Immagine, si portarono poscia processionalmente alle ruine dell’incendio seguito, ed ivi adorarono tutti profondamente la santa Immagine, con salmeggiamenti, e recitarvi putti e fanciulli lodi in versi e prosa, alla quale quel popolo fece ricchissimi doni di stendardi, pianete, calici, patene, pallii, collane d’oro, corone d’argento, anelli, doppieri e denari: e stettero in Faenza per otto giorni ben provvisionati dalla comunità. Indi poscia se ne ritornarono alla loro città lasciando memoria di sì pietoso spettacolo non mai più per l’addietro veduto.

Altri popoli ancora vennero co’ loro stendardi a visitar questa santa Immagine. Tossignano, che vide due miracoli in questa congiuntura di d’una zoppa drizzata, ed un altro storpio, in un braccio liberato: Brisighella, Bagnacavallo, Cottignola, Massalombarda, Modigliana, ed altre Terre con le loro genti d’ogni sesso e condizione. Ma non meno di questi furono pietosi e divoti anche i più stranieri, che oltre i Ravennati, Forlivesi, Bolognesi, e Ferraresi, vennero altresì in gran numero i Milanesi, i Cremonesi, Piacentini, Veneziani, Veronesi, Mantoani,Fiorentini, e tanti altri popoli , che dall’autore testimonio di vista per brevità si tralasciano, fino a numerarsi in un sol giorno i forestieri più di ottomila: dalli regali, doni, ed offerte de’quali e di tutta la città in breve tempo fu eretto ad essa Vergine un sontuoso tempio nel luogo stesso, dove seguì il miracolo, la di cui pietra fondamentale fu posta dal Vescovo Sighicelli li 5 gennaio 1568. che arricchito di nobilissimo ornamento dal dott. Lattanzio Viarani fu conceduto poscia alle suore di S. Cecilia contigue, che da quel giorno si denominarono ancora della madonna del Fuoco”.

Tratto da MAGNANI R. M., Vite de’ Santi Beati Venerabili e Servi di Dio della città di Faenza…, In Faenza presso l’Archi, 1741 p. 307 e ss.

Trascrizione a cura di A. Dari.

Per saperne di più
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CASTELLANI G. De imaginibus, et miraculis sanctorum, particulatimque de miraculis nuper a deipara Virgine Fauentiae profectis, aduersus haereticos, libri 3, Bononiae : typis Alexandri Benacii, 1569, cc. 39r – 48v.
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