L’amata arte

L’AMATA ARTE
Antonio Corbara a venticinque anni dalla scomparsa
8 febbraio – 8 marzo 2009

La vita di Antonio Corbara

Antonio Corbara nacque a Faenza il 25 maggio 1909.
Dopo gli studi liceali conseguì a Bologna la laurea in medicina, avviandosi a quella professione di medico, che avrebbe esercitato con sofferta umanità sino al 1976, dapprima a Faenza, quindi a Castel Bolognese, dove si stabilì nel 1951.

Sin dagli anni del Liceo andava però maturando in lui uno spiccato interesse per il mondo delle lettere ed in particolare per quello delle arti figurative, ce lo testimoniano le sue letture di allora: i “Canti Orfici” di Dino Campana, i settimanali di Leo Longanesi, i primi testi di storia dell’arte, opere ora conservate dalla Biblioteca Comunale a cui sono state donate dalla volontà della moglie Clara.

Intorno al 1930 per il Ministero di Antichità e Belle Arti incominciò a redigere schede su opere d’arte locali, operazione questa che protrattasi nell’arco di cinquant’anni gli consentì di censire una considerevole parte del patrimonio artistico romagnolo. Fu questa per lui un’esperienza importante che lo stimolò alle ricerche d’archivio e alla indagine metodica sulle testimonianze artistiche locali.

Nel 1933 pubblica il suo primo articolo e circa da questo anno inizia un rapporto di amicizia e proficua collaborazione con figure rappresentative dell’ambiente romagnolo, quali Gaetano Ballardini, Pietro Melandri, Augusto Campana, Carlo Grigioni, solo per ricordarne alcuni, e conosce critici già famosi, quali Mario Salmi, il conte Carlo Gamba, Luigi Coletti, ed ha con loro frequenti scambi epistolari.

Nel 1936 quale ufficiale medico è richiamato in servizio e partecipa alla guerra inEtiopia.
La nascita nel 1937 della rivista “Melozzo” diretta da Rezio Buscaroli e nel ’38 la grande mostra forlivese dedicata a “Melozzo ed il Quattrocento Romagnolo”, allestita con la consulenza di Roberto Longhi, furono avvenimenti particolarmente stimolanti per la cultura artistica romagnola ed il Corbara vi partecipò attivamente pubblicando sulla rivista numerosi saggi sulla pittura faentina del Quattrocento e del Cinquecento.

Si era appena sposato nel 1940 quando fu di nuovo richiamato in servizio e visse negli anni seguenti durissime esperienze di guerra.
Il «dopo-guerra» lo vede impegnato in una strenua difesa di quanto rischiava di venire travolto da incaute opere di ricostruzione. La sua polemica condotta sulla stampa locale era dura, tenace, confortata anche dalle frequenti discussioni epistolari scambiate sull’argomento con l’amico Giò Ponti.

Dagli anni «cinquanta» in avanti le sue ricerche di critico pur non tralasciando gli argomenti faentini, basti pensare a tutti gli scritti dedicati alla «età neoclassica» in città, si rivolgono ad un’area più dilatata e scoprono come fulcro supremo di interesse il mondo, in parte ancora oscuro, della grande pittura riminese del Trecento, a cui egli si dedicherà sia con pubblicazioni, che con minuziose ricerche di carattere iconografico, bibliografico e di documentazione fotografica.

I suoi scritti compaiono ora in grandi riviste nazionali, quali Paragone, Proporzioni, la Critica d’Arte, Arte Antica e Moderna, Commentari, Arte Veneta, Faenza, Romagna Arte e Storia, riviste ai cui direttori e collaboratori egli è spesso legato da cordiale amicizia e con cui ha frequenti scambi epistolari.

Nel 1956 fu insignito della «Medaglia d’argento per i benemeriti della cultura e dell’arte» a riconoscimento della sua lunga attività di Ispettore onorario alle Belle Arti.

Si è spento a Castel Bolognese il 4 febbraio 1984.

Bice Montuschi Simboli