Anonimo bizantino – ravennate (sec. VI)
, Pluteo raffigurante il Peccato originale

Anonimo bizantino-ravennate (sec. VI),
Pluteo raffigurante il Peccato originale

Anonimo bizantino- ravennate (sec. VI), Pluteo raffigurante il Peccato originale
marmo, sec. VI, cm. 86x110x5, N. inv. 51

Probabilmente in origine il pluteo, elemento architettonico atto a separare due ambienti all’interno delle basiliche bizantine, faceva parte del presbiterio di Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna. Venne riutilizzato come lapide tombale, infatti ne rintracciamo la provenienza dal cimitero faentino dell’Osservanza. Sul retro è  riportata un’iscrizione dedicata al gendarme Ildebrando Topi morto nel 1821. 

Al centro vi è un kantharos dal quale escono due rigogliosi tralci di vite, ricchi di grappoli e di grandi foglie aperte. Sui rami si posano, due per parte, figure di volatili, probabilmente colombe, colte in posizioni naturali e spontanee.

Dal vaso si erge un albero di fico al cui tronco si avvolgono le spire di un serpente. Il rettile volge la testa a destra, verso una piccola figura ignuda, fortemente danneggiata. Dalla parte opposta si riconosce una seconda figura umana, ugualmente lesa, rendendo così chiara la scena veterotestamentaria di Adamo ed Eva ai lati dell’albero del bene e del male.

La presenza di un serpentello ai piedi del cantaro aggiunge alla scena un tocco di immediatezza narrativa. Il soggetto delle immagini è identificabile nel contrasto tra la morte, il peccato e il male (simboleggiati dal serpente) e la grazia divina e della vita eterna, simboleggiate  dai rigogliosi tralci della vite con i grappoli d’uva, emblema di Cristo. In questa lettura delle immagini, suggerita da Anna Tambini, i volatili che si posano sulle ampie foglie rappresentano le anime dei fedeli.

Come ha ricordato Paola Porta in un saggio dedicato alle memorie paleocristiane di Faenza, la raffigurazione qui riproposta degli animali simmetricamente affiancati da un elemento simbolico centrale, risulta diffusa in tutti i paesi del bacino mediterraneo, soprattutto nei centri culturalmente emergenti ed in vari modi legati all’Oriente. L’arte paleocristiana nelle sue diverse espressioni accolse con favore questo linguaggio astratto e simbolico, che consentiva di visualizzare un concetto trascendente con un’immagine di facile comprensione. Da qui si sviluppa un ricco repertorio di animali mansueti, colombe, pavoni, cervi ed agnelli, arricchiti di valenze simboliche,  posti ai lati di un segno cristologico o del vaso che racchiude l’acqua della vita eterna, in un’ambientazione paradisiaca suggerita da esuberanti tralci vitinei, di origine grecoromana.

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