Sala d’ingresso

SALA D’INGRESSO

Presentazione
La sala in cui ci troviamo ora può essere ulteriormente suddivisa in due ambienti che corrispondono ad una ripartizione cronologica che dal Gotico porta al Rinascimento. Una separazione tra antico e moderno che trova idealmente la sua continuità nel San Girolamo di Donatello posto nel centro della sala.

La prima parte si riferisce ad un periodo compreso tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Quattrocento. Un esempio della cultura medievale su tavola circoscritto all’ambito faentino è La Crocifissione e l’Assunzione di San Giovanni Evangelista del Maestro di Faenza (sec. XIII), innovatore rispetto alla tradizione bizantina, favorito dalla lezione di Giunta Pisano presente a Bologna. Le tavole su fondo oro, segno della persistenza della tradizione pittorica bizantina, sono le protagoniste di questo ambiente: Giovanni da Rimini (sec. XIII – XIV), Niccolò di Segna (Siena, ? – 1348 ca.), Michele di Matteo (documentato dal 1410 al 1469), Giovanni di Balduccio (Pisa, 1300 ca. – 1349 ca.), sono solo alcuni dei maestri di cui conserviamo i capolavori. Il grande Crocifisso su tavola databile agli anni successivi al 1250, rappresenta una preziosa testimonianza nella storia della pittura trecentesca tra Umbria, Marche e Bologna.

Entriamo nel Rinascimento faentino, che si compone di opere legate al periodo d’oro manfrediano tra la signoria di Astorgio II (1443 – 1468) e quella di Astorgio III (1488 – 1501). Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510), Giovanni Battista Bertucci il Vecchio (Faenza, 1470 ca. – 1516) e Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539) sono i rappresentanti di un nascente linguaggio moderno, con uno stile più naturalistico e slegato dall’astrazione. Il vero capolavoro della sala è il San Girolamo di Donatello (Firenze, 1386 – 1466), che è tra l’altro testimonianza del gusto collezionistico, legato ai rapporti intercorsi tra la signoria manfreda e quella medicea.

Approfondimento: Echi della pittura giottesca riminese a Faenza

L’attività di Giotto a Rimini, che grazie ai recenti studi è possibile anticipare agli ultimi anni del Duecento, costituisce una svolta decisiva nella cultura artistica romagnola, legata da un lato ancora alla tradizione bizantina ma incuriosita dalla corrente umbra al seguito di Giunta Pisano.

Giotto è un innovatore della pittura, sia per quanto riguarda i problemi spaziali, che per il naturalismo e il rapporto luce-colore. Questa sua rivoluzione viene ben presto accolta da una vera e propria scuola nata a Rimini nel cantiere della chiesa di San Francesco. Dell’attività di Giotto a Rimini rimane quale unica testimonianza del suo passaggio il mirabile Crocifisso, collocato sull’altare maggiore del Tempio Malatestiano, ma la novità della sua pittura si dilaga in tutta la Romagna, confermandosi come una delle espressioni più alte del Trecento italiano. I pittori riminesi privilegiano dell’arte giottesca l’intensità espressiva, un raffinato senso del colore e dell’ornato oltre che ad un abile uso del chiaroscuro, che conferisce una naturalezza epidermica alle figure.
Da questa prolifica scuola emergono alcune personalità di alto livello, che influenzano la pittura anche nel territorio faentino.

La più antica testimonianza della pittura riminese in città è la tavoletta con la Madonna col Bambino e Santi conservata nella Pinacoteca Comunale, e riconosciuta a Giovanni da Rimini, capostipite della scuola riminese, databile attorno al 1300 circa.
L’opera rivela una risposta alla diffusione del linguaggio giottesco, ma al tempo stesso dimostra come l’artista sia legato ancora a schemi bizantineggianti, come la ripartizione simmetrica del dipinto in due registri e l’iconografia della Madonna e del Bambino, che risulta prossima al tipo della Madonna Pelagonitissa, caratterizzato da una insolita vivacità, con il Bambino che sembra divincolarsi dalle mani della Madre per avvicinarsi al suo volto e accarezzarlo.

Giovanni interpreta con grande efficacia e libertà il modello bizantino, distinguendosi dal rigore ieratico che predilige la produzione di icone, ponendo la tavola verso il rinnovamento portato da Giotto. Moderna è la tenerezza espressiva delle due figure, con il volto della Madonna accostato a quello del figlio, un gioco di sguardi che non ha eguali in altre opere anche coeve. Inoltre le modulazioni di luci e ombre creano uno sfumato morbido nei volti, sciolti dai linearismi iconici e caratterizzati da una resa soffice e naturale degli incarnati.

Nel registro inferiore i Santi Francesco, Michele Arcangelo, Agostino, Caterina d’Alessandria, Chiara scandiscono il fondo oro in successione paratattica, secondo uno schema attestato in opere di stampo bizantino.

Le figure dei Santi faentini, per quanto sottili e ieratiche, mostrano una caratterizzazione pungente che avvertiamo maturata sugli esempi di Giotto: il San Francesco propone un innovativo scorcio di tre quarti e una fisionomia adombrata su cui spicca lo sguardo, ad esprimerne la spiritualità severa e profonda; la mano della Santa Chiara si protende in avanti quasi a misurare la profondità dello spazio, nonostante sia limitata dal fondo oro; le ali dell’Arcangelo Michele hanno le penne come quelle di un grande volatile, e non più iridescenti come nella tradizione duecentesca.

È ragionevole pensare che la tavola fosse al centro di un dossale, con ai lati Storie di Cristo, della Vergine e dei Santi (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini; Londra, National Gallery), spesso avvicinati dalla critica alla tavola faentina per cronologia e stile. Significativo infatti che il pannello faentino e quello inglese presentano una simile associazione di Santi agostiniani e francescani, inusuale nel contesto devozionale del tempo. Il rilievo dato a Sant’Agostino nei due dipinti fa presupporre una stessa committenza agostiniana. Va considerato che dal 1301 al 1311 a Faenza è vescovo l’agostiniano Matheus Eschimus de Spoleto, di cui un documento del 1305 attesta l’interesse per la chiesa di San Giovanni Evangelista degli Agostiniani.

Spesso si è affermata la provenienza dell’opera dal convento delle Clarisse, ma senza alcuna prova documentaria.
La presenza della tavola nell’antichità trova conferma in un’opera conservata all’Hermitage di San Pietroburgo, assegnata al Maestro di Forlì, maestro attivo tra la fine del Duecento e primi decenni del Trecento, molto legato all’ambiente faentino, tanto da essere considerato allievo del Maestro di Faenza.

Nell’ampia circolazione della pittura riminese in Romagna, a Faenza si trovano i resti di due prestigiosi cicli di affreschi, conservati rispettivamente nel Palazzo Manfredi e in quello vescovile, i due poli del potere civile e religioso della Faenza trecentesca.

Il primo ciclo si deve alla committenza di Francesco Manfredi, capo della città dal 1313, che consolida il proprio potere, facendosi nominare signore nel 1322.
Gli affreschi ornavano la cappella di corte e vennero scoperti nel 1883 in un vano del sottotetto andato distrutto nel 1944 dai danni bellici.

I frammenti, recuperati e conservati dalla Pinacoteca Comunale, possono darci solo una minima idea di un più vasto progetto iconografico che si estendeva per ben sette metri con un’ampia Crocifissione, come attesta Federico Argnani.

La composizione con il Crocifisso al centro di un nutrito gruppo di Santi rimanda all’affresco di Pietro da Rimini a San Pietro in Sylvis a Bagnacavallo, con cui concordano  “il forte sentimento delle teste, gli occhi alquanto oblunghi, molto inarcati in quelle che esprimono dolore e pianto, con le bocche similmente arcuate…il colore succoso nelle teste, i rossi, verdi e gialli languidi e come a chiaroscuro nei panneggiati, le loro pieghe quasi tutte per il lungo della persona”.

Tali caratteri fanno presupporre la presenza a Faenza di una bottega riminese vicina allo stile di Pietro da Rimini attorno al terzo decennio del Trecento.

Gli affreschi nella sala nobile del Palazzo Vescovile sono emersi nel 1949, a seguito di interventi di restauro postbellici. Comprendono quattro Sante Martiri (Sant’Apollonia ritratta con le tenaglie che stringono un dente, Santa Lucia con la lampada in mano, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota del martirio e una quarta Santa non ancora identificata), un Santo cavaliere (San Giuliano?) con spada e sperone, e con tre scene frammentarie, riconoscibili con il Trionfo della Morte, l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti e il Giudizio universale.

Gli affreschi sono di esecuzione unitaria, confermata anche dall’uniformità delle cornici. La loro evidente connotazione giottesca rimanda ai maestri della scuola riminese del Trecento con aggiornamenti in chiave gotica nelle puntuali annotazioni di costume consone alla moda degli anni Trenta del secolo.
La spiccata matrice gotica, sia per i temi legati a fonti francesi, sia per le influenze stilistiche bolognesi, denota una commistione tra le scuole di Rimini e Bologna e suggerisce l’intervento di una maestranza locale.

Il tema del Trionfo della Morte con l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti è una testimonianza unica nella pittura romagnola trecentesca. Della prima scena restano solo pochi personaggi che in ogni caso esprimono l’inevitabile messaggio della fine. Nella scena accanto, scomparsi i tre cavalieri gaudenti, resta il sarcofago in marmo rosso con la visione dei tre corpi, resi nel loro disfacimento con evidente crudezza. Al centro della parete è posto il Giudizio universale, di cui sopravvivono pochi lacerti con la schiera degli Eletti condotti alla Gerusalemme celeste da un angelo, e dalla scritta Surgite, allusione alla resurrezione dei morti.

Come per il ciclo di Palazzo Manfredi, anche questo può essere datato attorno al 1330-1340, a seguito della diffusione della cultura francese favorita dal cardinale Bertrando del Poggetto, legato papale a Bologna tra il 1327 e il 1334.  

Altra testimonianza della diffusione del linguaggio giottesco riminese a Faenza è il grande Polittico conservato nella Pinacoteca Comunale e proveniente dal monastero delle clarisse di San Martino in Poggio, come conferma la presenza della monaca inginocchiata ai piedi della Vergine, plausibile committente dell’opera e la scelta iconografica dei Santi.

Suddiviso in due registri, in quello inferiore sono presenti San Cristoforo, Santa Chiara, San Giovanni Battista, Santa Caterina d’Alessandria, San Francesco d’Assisi e San Ludovico di Tolosa. Al centro troneggia la Madonna, affiancata dai Santi Martino e Agnese di Assisi.   

Grande rilievo viene dato alle figure di Santa Chiara e San Francesco, al quale è associato l’episodio delle Stimmate. Consono alla devozione francescana è inoltre il racconto della Passione di Cristo svolto nelle cuspidi: del complesso ne mancano due, probabilmente un episodio cristologico post mortem e una coppia di Santi per simmetria alla cuspide con San Lorenzo e Sant’Antonio Abate.

Il polittico si mostra originale nella monumentalità delle figure, simili a quelle di Pietro da Rimini a Bagnacavallo, con un’attenzione gotica agli elementi decorativi e descrittivi. Il fondo oro è inoltre arricchito da una quadrettatura bulinata e si estende anche ai tondi dove sono delineate le figure dei Santi. La solennità della Madonna, che siede in trono con una regalità tipicamente giottesca, richiama anche le Madonne della tarda scuola riminese e bolognese, come quelle di Giovanni Baronzio e dello Pseudo Jacopino.

Nelle cuspidi del registro superiore si conferma la dipendenza da idee e modelli della scuola giottesca riminese, anche se con il ricorso a una più efficace forza narrativa di ascendenza bolognese.

In sostanza, il polittico riflette l’immagine di un maestro che conosce bene il repertorio formale e iconografico dei riminesi, Pietro da Rimini e Giovanni Baronzio in particolare, ma coniugandolo ad influenze della pittura bolognese. Per questo motivo è possibile avvicinare l’opera agli affreschi del Vescovado.

Nonostante molte ricerche è ancora difficile determinare l’autore del polittico. Federico Argnani nel 1881 proponeva il nome di Pace da Faenza, il misterioso pittore menzionato da Vasari come allievo di Giotto assieme a Ottaviano da Faenza. L’attribuzione è evidentemente scaduta, dal momento che l’attività di Pace e Ottaviano è databile tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento. Suggestiva è invece la proposta di assegnare l’opera a Masio dei Conti, attestato nel 1314 a Ravenna nel Capitolo di San Vitale insieme a Bindino da Faenza, e nel 1338 a Lugo con Ugolino Bolognesi, dove insieme realizzarono gli affreschi della cappella del coro e di quella maggiore (perduti), e un polittico con la Madonna col Bambino e Santi, oggi disperso, sebbene ancora ricordato a metà Ottocento da Gaetano Giordani.

Tra le presenze della scuola riminese a Faenza si cita infine un dossale con Sant’Orsola, le compagnie martiri e altri Santi, conservata al Denver Museum of Art. L’opera è identificata con quella presentata da Settimio Ballardini all’Esposizione di Faenza del 1875 tra le opere attribuite a Ottaviano da Faenza; è quindi probabile stabilite la sua provenienza da Faenza, in particolare dalla chiesa degli Agostiniani, in cui era vivo il culto a Sant’Orsola.

Nella parte superiore le undici Martiri alludono alle undicimila Vergini della leggenda di Sant’Orsola, identificabile nella Santa che le guida verso il Redentore. Nel registro inferiore compaiono San Giorgio che libera la principessa, San Pietro in trono come papa, un Santo vescovo che una scritta identifica con San Biagio, in realtà più Sant’Agostino, Sant’Antonio Abate col bastone a Tau e infine San Giovanni Evangelista.

La raffinata descrizione del corteo delle Sante, la loro grazia e armonia gestuale lasciano presupporre una connotazione stilistica che coniuga la lezione giottesca riminese a radici padane e bizantine. Tale congiuntura giustifica l’assegnazione del dossale ad un pittore romagnolo intorno al 1320-1330 circa, coerente con gli affreschi della cappella Manfredi e con il polittico della Pinacoteca.

Mappa sala d'ingresso

OPERE

  100   Niccolò di Segna (Siena, ? – 1348 ca.), San Benedetto e San Galgano
tavola, 1330 – 1340 ca., cm. 10×12, donazione Arnaldo Minardi, 1946 ca., N. inv. 100
  99   Michele di Matteo (documentato dal 1410 al 1469), Cristo in pietà
tavola, 1440 ca., diametro cm. 24, N. inv. 99
  71   Giovanni di Balduccio (Pisa, 1300 ca. – 1349 ca.), Il profeta Baruch
marmo, 1332 – 1334 ca., cm. 33×17, dalla chiesa di San Domenico di Bologna, N. inv. 71
  90/91/96   Anonimo tardogotico (sec. XV), San Giorgio, San Francesco e San Rocco
tre tavole in un’unica teca: tavole, sec. XV, San Giorgio e San Rocco cm. 86×28, San Francesco cm. 42×27, NN.inv. 90, 91 e 96
  94/95   Maestro di San Pier Damiano (sec. XV), San Vito e San Giovanni Battista
due tavole in un’unica teca:  tavole, sec. XV,  cm. 30,5×19 ognuna, dalla chiesa di Santa Maria Foris Portam di Faenza, NN. inv. 94 – 95
  98   Maestro di Faenza (sec. XIII), Crocifissione e Assunzione di San Giovanni Evangelista
tavola, 1260 – 1290 ca.,  cm. 35×28 (cornice di cm. 15), N. inv. 98
   92    Giovanni da Rimini (sec. XIII – XIV), Madonna col Bambino, due angeli e i Santi Francesco, Michele Arcangelo, Agostino, Caterina e Chiara
tavola, 1300 ca., cm. 50×35 (cornice di cm. 11), acquistato nel 1899 da Filippo Fabbri, N. inv. 92
   1744   Maestro di San Terenzio, maniera di (sec. XV), San Sigismondo (?)
legno policromo, sec. XV, cm. 92x35x26, donazione Corbara – Casadio, 2009, N. inv. 1744
   93    Anonimo riminese (sec. XIV)
, Polittico
tavola, prima metà sec. XIV, cm. 142×252 (cornice di cm. 6), dal Monastero delle Clarisse di San Martino in Poggio presso L’Isola (Faenza), N. inv. 93
   97    Maestro dei Crocifissi francescani (sec. XIII)
, Crocifisso
tempera su tela applicata su tavola con inserti di pietre dure e paste vitree, 1270 ca., cm. 198×157, dalla chiesa di San Francesco di Faenza(?), N. inv. 97
   14    Maestro di San Pier Damiano (sec. XV)
, Incoronazione della Vergine e Santi, Cristo morto e Annunciazione
affresco, 1440 circa, cm. 220×160, deposito ASP Azienda Servizi alla Persona della Romagna Faentina, N. inv. 14
   194    Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510), Madonna col Bambino e i Santi Giovannino e Antonio da Padova
tavola, 1480 – 1490 ca., cm. 60×48,5, dalla Congregazione di Carità, 1878, N. inv. 194
   177    Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510), Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Battista, Benedetto, Romualdo, Giovanni Evangelista, Girolamo e un Santo Vescovo
tempera su tavola, 1480 ca., cm. 122×196 (cornice di cm. 6), dal convento di San Giovanni Battista di Faenza (?), soppressioni napoleoniche, N. inv. 177
   195    Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510), Annunciazione
tempera su tavola, 1470 – 1475 ca., cm. 113×223 (cornice di cm. 18), dalla chiesa di San Pietro a Fossolo (Faenza), acquistato nel 1887, N. inv. 195
  124   Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510), Madonna col Bambino, angeli e i Santi Domenico, Andrea, Giovanni Evangelista e Tommaso d’Aquino
olio su tavola, 1483, cm. 185×304 (cornice di cm. 15), dalla chiesa di San Domenico di Faenza, acquistato nel 1891, N. inv. 124
  122   Biagio d’Antonio da Firenze (Firenze, 1446 ca. – documentato fino al 1510)
, Madonna col Bambino, due Angeli e i Santi Giovanni Evangelista e Antonio da Padova
olio su tavola, 1504, cm. 173×146 (cornice di cm. 13 ), dalla chiesa di San Francesco di Faenza, N. inv. 122
  112/113   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539)
, Madonna con il Bambino in trono fra San Michele Arcangelo e San Giacomo Minore; Adorazione dei Magi; nella lunetta Padre eterno e cherubini
olio su tavola, 1497,  cm. 179×75; cm. 92×182,7 (lunetta), dalla Confraternita di San Michelino di Faenza, NN. inv. 112 – 113
  110   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539)
, San Girolamo
olio su tavola, primo decennio sec. XVI, cm. 62,5×62,5 (cornice di cm. 8), dalla chiesa di Sant’Agostino di Faenza, N. inv. 110
  109   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539)
, Sant’ Ambrogio (?)
olio su tavola, primo decennio sec. XVI, cm. 65,5×62,5 (cornice di cm. 8), dalla chiesa di Sant’Agostino di Faenza, N. inv. 109
  114   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539),
Cristo portacroce
tempera su tavola, terzo decennio sec. XVI, cm. 65,5×62,5 (cornice di cm. 8), N. inv. 114
  111   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539)
, Sant’Agostino
olio su tavola, primo decennio sec. XVI,  cm. 149×62,5 (cornice di cm. 8), dalla chiesa di Sant’Agostino di Faenza, N. inv. 111
  108   Marco Palmezzano (Forlì, 1459 – 1539)
,Tobiolo e l’Arcangelo Raffaele
olio su tavola, primo decennio sec. XVI, cm. 149×62,5 (cornice di cm. 8), dalla chiesa di Sant’Agostino di Faenza, N. inv. 108
  175   Maestro della Pala Bertoni (Faenza, seconda metà sec. XV)
, Madonna col Bambino, putti musicanti, San Giovanni Evangelista e il Beato Giacomo Filippo Bertoni
olio su tavola, 1483 ca., cm. 136,5×200  (cornice di cm. 22), dalla chiesa dei Servi di Maria di Faenza, N. inv. 175
  115   Giovanni Battista Bertucci il Vecchio (Faenza, 1470 ca. – 1516)
, Madonna col Bambino, e Angeli con i Santi Giovannino, Ippolito, Benedetto, Lorenzo e Romualdo; nella cimasa il Padre Eterno
trittico, olio su tavola, 1506: centrale cm. 194×85, laterali cm. 135×59, cimasa cm. 70,5×86, dalla chiesa di Sant’Ippolito di Faenza, N. inv. 115
  168   Donatello (Firenze, 1386 – 1466),
San Girolamo
legno policromo, 1460 ca., cm. 141x35x26, dalla chiesa dell’Osservanza di Faenza, Cappella Manfredi, N. inv. 168

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