La Deposizione di Cristo di Ferraù Fenzoni


La Deposizione di Cristo di Ferraù Fenzoni

Ferraù Fenzoni, Deposizione di Cristo, olio su tela, 1622, dalla distrutta chiesa della Madonna del Fuoco di Faenza, soppressioni postunitarie, 1871

Nel 1622 viene concesso al pittore Ferraù Fenzoni l’utilizzo di una cappella ad uso personale nella distrutta chiesa della Madonna del Fuoco, che si impegna a decorare. All’interno del sacello Fenzoni realizza una pala d’altare raffigurante la Deposizione di Cristo, pervenuta in seguito alle soppressioni postunitarie alla Pinacoteca di Faenza. 

Entro una scena affollata si svolge l’episodio finale della vita terrena di Gesù Cristo: morto sulla croce, visibile sullo sfondo di un cielo carico di nuvole minacciose, il corpo esanime viene posto da una schiera di figure, tra cui possiamo riconoscere la Vergine, la Maddalena, Giuseppe di Arimatea e San Giovanni Evangelista, dentro il sepolcro.

Dal punto di vista stilistico diversi sono stati i pareri autorevoli che si sono espressi sul dipinto.

Secondo Ennio Golfieri il quadro riflette lo stile carraccesco, ma impiegando il colorismo veneto e l’illusionismo scenico-plastico del Tintoretto, con un affollamento e torsione delle figure che sfiora la caricatura. Angelo Mazza d’altro canto ci vede un ritorno grafico di ascendenza nordica e assenza di profondità; secondo lui Fenzoni qui eredita la fase tarda di Bartolomeo Cesi, contraddistinta da una vena incupita, nonchè la severità gigantesca e inerte delle opere di Ludovico Carracci come le tele di Piacenza (conservate nella Galleria Nazionale di Parma).

Anna Colombi Ferretti concorda che l’opera di Fenzoni abbia subito una certa influenza della maniera ultima di Ludovico, specialmente nei quadri per Piacenza, ma rileva che questa intonazione più cupa richiami alcune crudezze del tardo Carracci, riprese da artisti emiliani quali Alessandro Tiarini e Lorenzo Garbieri.

Dell’opera è nota almeno un’altra versione, conservata nelle collezioni di Palazzo Tozzoni a Imola, che si può ritenere a ragione una prima prova. 

Ferraù Fenzoni, Deposizione di Cristo, Imola, Palazzo Tozzoni

Angelo Mazza in effetti constata che l’opera è strettamente legata alla pala con la Deposizione di Cristo della Pinacoteca di Faenza. La versione imolese presenta tuttavia alcune differenze stilistiche rispetto all’esemplare faentino: dall’intonazione più calda dell’insieme all’assenza delle tre croci sullo sfondo, sostituite da un paesaggio illuminato dalla luce del tramonto, a una resa più pastosa e abbozzata delle figure e dei panneggi, tali da far presupporre che la versione di Imola sia precedente alla pala faentina.

 

Relativo al dipinto vi sono alcuni disegni preparatori, conservati al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Faenza e in collezione privata, che sono stati ricondotti a Ferraù Fenzoni da Giuseppe Scavizzi e Nicolas Schwed, oltre che alle aggiunte recenti al catalogo da parte di Giulio Zavatta. 

 

Ferraù Fenzoni, Studio per la Deposizione di Cristo, Faenza, Pinacoteca Comunale, Gabinetto Disegni e Stampe
Ferraù Fenzoni, Studio per la Deposizione di Cristo, Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
Ferraù Fenzoni, Studio per la Deposizione di Cristo, collezione privata

I primi due mostrano la realizzazione dell’opera da una prima idea appena abbozzata a una versione sempre più vicina alla stesura finale, espressa tra l’altro in un disegno esposto di recente dall’Art Institute di Chicago.

Il foglio invece riemerso dalle collezioni della Pinacoteca di Faenza, nonostante mostri attinenze stilistiche con un disegno del Metropolitan Museum di New York, che viene collegato alla piccola Deposizione su rame conservata a Faenza, sembra correlabile piuttosto alla grande pala.


Costituisce con probabilità un’idea precedente rispetto ai tre studi noti: diverso l’inquadramento, che si focalizza sulla parte in basso con il folto gruppo di figure, con al centro un Cristo più contorto e diseprsivo della redazione definitiva, alla quale l’artista giunse per successive correzioni. Alcune figure, tuttavia, si trovano già nella loro posizione e con l’attitudine più prescelta: basti guardare la Maddalena nell’angolo in basso a sinistra, quasi identica all’analoga figura nello schizzo degli Uffizi; i due fogli inoltre presentano le simili figure degli angeli reggitorcia ai lati (assenti invece nella piccola Deposizione della Pinacoteca di Faenza).

In ragione dell’accostamento con il dipinto conservato nel museo manfredo, anche questo nuovo studio può essere datato al 1622 circa, anno nel quale Fenzoni si impegnò a decorare la sua cappella famigliare nella distrutta chiesa della Madonna del Fuoco, dalla quale proviene il grande quadro. La posizione intermedia del foglio in esame tra la grande e la piccola Deposizione (analogamente, come ha notato Schwed, al foglio del Metropolitan Museum richiamato come primo confronto) dimostra l’utilizzo quasi repertoriale nei due dipinti delle diverse opzioni segnate sui disegni, e sembra peraltro confermare una stretta continuità cronologica tra la pala e il piccolo rame conservati presso la Pinacoteca Comunale di Faenza.

 

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