Tommaso Dal Pozzo (Faenza, 1862 – 1906)

Tommaso Dal Pozzo
(Faenza, 1862 – 1906)

 

Tommaso Dal Pozzo nacque a Faenza il 3 novembre 1862 da Luigi e da Catterina Giacometti.

Tipica personalità d’artista poliedrico nella Faenza ottocentesca, nella breve durata della sua vita fu attivo come pittore, freschista, ceramista, architetto, disegnatore di ferri battuti per la fabbrica Matteucci di Faenza, restauratore di dipinti, oltre che direttore artistico delle faentine Fabbriche Riunite di ceramica (1900-1905) e direttore (1905-1906) dei Musei civici e della Pinacoteca di Faenza. Fece parte nel 1901 della commissione comunale per il restauro del palazzo del Popolo di Faenza. Scrisse in Rassegna d’arte un breve saggio su Il sepolcro di San Savino di Faenza, in relazione alla ipotesi di ricostituzione originaria dell’opera (attribuita ora a Benedetto da Maiano ora a Desiderio da Settignano).

Fra le sue opere di carattere monumentale vanno ricordate in Faenza: il progetto e la decorazione della cappella della Beata Vergine della divina provvidenza in San Lorenzo martire a Faenza nel 1897; le decorazioni murali della cappella di San Pier Darniani nella Cattedrale nel 1898 e quelle della chiesa di San Bernardo; negli anni 1899-1900 l’architettura e gli affreschi della cappella del Crocifisso nella chiesa dei cappuccini; il ritocco degli affreschi settecenteschi nella cappella della Concezione in San Francesco nel 1904; varie decorazioni in dimore private (le Quattro stagioni nel salone della villa Piancastelli già Magnaguti, detta il Palazzone, tra Ponte Felisio e Solarolo [cfr. Il Corriere padano, 23 ott. 1941], distrutta durante la seconda guerra mondiale, casa Sirotti in corso Mazzini a Faenza).

Il campo in cui il Dal Pozzo ha meglio espresso la sua personalità è quello della pittura su maiolica e a olio. Allievo del pittore Antonio Berti e di Achille Farina, pittore e cerarnista, nella fabbrica di quest’ultimo si esercitò particolarmente nella pittura su maiolica. Perfezionò così una tecnica che fu detta “ad impasto”, cioè quella per cui la stesura dei colori non era diluita ma data a spessore, a grumi: il procedimento più idoneo a rendere sulla maiolica le caratteristiche proprie della pittura ad olio o dell’acquerello.

Il suo gusto naturalistico lo portò a prediligere i soggetti di paesaggio e i ritratti, che hanno avuto grande seguito nelle botteghe ceramiche faentine si può dire fino ad oggi. La sua opera venne peraltro assai apprezzata anche in vita, con premi alle esposizioni di Milano del 1881 e del 1891, a quella bolognese del 1888 e in varie altre sedi dell’Emilia Romagna.

Morì a Faenza il 20 febbraio 1906.

Opere in Pinacoteca

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