Omaggio a Gianna Boschi a venti anni dalla scomparsa. Dipinti e disegni. 23 giugno – 9 settembre 2007 (Pinacoteca Comunale) Ceramiche e dipinti. 21 giugno – 26 agosto 2007 (Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza)

l’omaggio

L’omaggio che il Comune di Faenza dedica all’artista faentina Gianna Boschi (1913-1986) in occasione del ventennale della scomparsa, intende riproporre all’attenzione la complessità di una ricerca di indubbio spessore nei diversi campi di interesse: pittura ceramica grafica. Ne emerge senz’altro il ruolo di erede della ricca tradizione faentina sviluppatasi lungo il corso dell’Ottocento e riproposta alla ribalta dal Cenacolo baccariniano e al tempo stesso quello di riferimento per le esperienze delle nuove generazioni; una figura quindi di snodo e di grande significato per Faenza, cui volle lasciare con legato testamentario un consistente numero di opere con il vincolo della destinazione e dell’esposizione nel percorso della Pinacoteca Comunale e del Museo Internazionale delle Ceramiche, sottolineando più che la legittima aspirazione ad una consacrazione del proprio lavoro in ambito museale, una dichiarazione di orgogliosa appartenenza artistica e culturale alla città.
Città amatissima fu infatti Faenza per Gianna Boschi, luogo non banale ma di provincia eletta e tale da offrirle, dopo gli studi al Venturi di Modena, la possibilità di una buona formazione a coté dell’ambiente della Scuola di Disegno diretta da Roberto Sella; l’Accademia di Bologna dove tenevano i corsi Ercole Drei, Virgilio Guidi e Giovanni Romagnoli, frequentati dalla Boschi prima della pausa della guerra, fornì l’occasione per approfondire i problemi della figura, del nudo, del modellato e della composizione, maturando un percorso avviato come da consuetudine con gli acquerelli, i piccoli ritratti, i paesaggi e le nature morte ed affinato con lo studio sistematico nell’esercizio della copia. Con gli anni ’50 all’epoca delle prime mostre personali la ricerca approdava verso eleganti soluzioni in cui affiorano espliciti richiami ad una poetica rinascimentale: l’artista ricorderà le esili sognanti fanciulle dai colli eburnei colte in una sospensione fuori dal tempo ambiguamente in bilico tra il reale e l’immaginario, tra il finito e il non finito, arditamente strutturate secondo linee diagonali in un rapporto dichiarato con lo spazio, già visioni degne di appartenere al cosiddetto primo periodo della sua ricerca; alcune tra l’altro le meritarono i primi riconoscimenti, oltre all’ammissione al “Premio Terni” nel 1952 e 1953, al “Premio Marzotto” nel 1953, alla Mostra del Centro Internazionale delle Arti e del Costume a Palazzo Grassi a Venezia nel 1954, alla I Mostra degli Artisti Romagnoli a Bologna nel 1954, fino alla prestigiosa VIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma nel 1959.
Seguì l’inevitabile approccio ad ambienti di maggior notorietà e culturalmente più aggiornati, anche grazie la frequentazione di Domenico Rambelli, poi le mostre a Roma che sembrarono dischiuderle più ampi orizzonti per la carriera, fino alla successiva sofferta decisione di non rescindere il legame fortissimo con l’ambiente faentino che in alternativa le offriva un’aristocratica orgogliosa solitudine, libera tuttavia da qualsiasi tipo di quei condizionamenti consueti alle carriere risucchiate nei vortici di galleristi e mercanti.
Piuttosto l’insegnamento di Disegno dal vero fin dal 1958 presso l’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza le dischiudeva un nuovo mondo: il contagio di quello che amava definire “il bacillo” della ceramica le offriva nuove occasioni per invenzioni di forme e oggetti che prestavano le proprie superfici per rinnovati motivi ornamentali, volti stilizzati, figurazioni suggerite da assoluto sintetismo su maioliche dai colori e decori essenziali che, dall’inizio degli anni ’60, la indirizzavano anche nella pittura a diverse soluzioni. Quanto sia stata importante la pratica del “fare ceramico” per la ricerca artistica di Gianna Boschi è palesemente dimostrato dall’urgenza di raggiungere un’economia espressiva in cui il segno si impone sul colore, così mentre a cadenza fissa partecipava a esposizioni e manifestazioni ceramiche in Italia e all’estero – il Concorso Internazionale soprattutto – ed otteneva importanti riconoscimenti, nella pittura finiva per sostituire alle immagini sottilmente eleganti del “primo periodo” la resa fortemente plastica dei corpi sdraiati, busti solidi, profili incisivi e colli robusti carichi di energica vitalità.
Il “secondo periodo” che coincide con gli anni ’60 fu l’inizio di un coraggioso processo verso una realtà nuova esente dalle indulgenze ai compiacimenti del racconto ma carica di tensione emotiva fino alla scelta difficile di diradare le apparizioni pubbliche, tranne la prestigiosa presenza alla Galleria Cairola di Milano nel 1961 e alla Galleria Duemila di Bologna nel 1972.
Fu la piena coscienza del valore del disegno come metodo di studio e ricerca, come pratica e religione di vita, rinvenuto negli artisti avvicinati per nuovi interessi culturali – Felice Giani e i neoclassici soprattutto – a far approdare la sua ricerca a quegli ultimi percorsi che dai primi anni ’70 hanno proposto decine di immagini colte dal mondo del mito offrendole nuove possibilità di una narrazione nutrita da raffinate suggestioni letterarie e visive. L’incessante e rigoroso studio di forme e composizioni rivendicava l’assunto di un rinnovamento nella continuità di un solco tracciato dalla classicità, ora coraggiosamente riproposto tra i fantasmi neoattici di ninfe e baccanti, satiri, eroti, veneri, minerve, lede, intense e vibranti o sfuggenti e ironiche, con il corredo di piacevoli elementi simbolici quali stelle, cuori, frecce, tirsi, palle, melagrane. La solida concretezza plastica dei volumi trova interessanti soluzioni in un inedito rapporto dialettico col colore che può giungere a valori espressionisti o indulgere ai preziosismi degli impasti finanche all’uso ironico delle dorature o di brevi inserti di papier collé nei dipinti degli anni ’80, quelli del cosiddetto 4° periodo.
Ancora il “mito riscoperto” aggiornava in direzione postmoderna le decorazioni dipinte su maiolica, tenacemente e orgogliosamente riproposte nella consapevole ricerca di un rinnovamento all’interno della tradizione della maiolica faentina, come nelle nuove forme, nei gruppi plastici o nei vasi antropomorfi. La fissità ieratica delle figurazioni sospese in magiche atmosfere estranee al tempo e allo spazio oggi restano a ricordo di un’eccezionale personalità passata con elegante discrezione ma con un’affermazione forte e perentoria nelle vicende artistiche della seconda metà del XX secolo a Faenza e non solo.

Marcella Vitali