I fiori dell’anima: i paramenti sacri

I FIORI DELL’ANIMA

Il linguaggio dei fiori nei paramenti sacri dei domenicani
8 maggio – 27 giugno 2010

I PARAMENTI SACRI DI SAN DOMENICO

Oggi il patrimonio di paramenti antichi di san Domenico è costituito da un discreto numero di pianete (diverse decine), dalmatiche , alcuni piviali, un baldacchino processionale e altri paramenti, databili tra la fine del sec.XVII e la prima metà del sec. XX. Sono una minima parte dell’esteso corredo che gli antichi inventari di sacrestia ci tramandano, e che è andato disperso con le soppressioni napoleoniche e con gli eventi bellici. Alcuni paramenti giungono anche da altri conventi domenicani soppressi e da parrocchie cittadine scomparse.
Come ogni ordine mendicante, anche quello dei Frati Predicatori ha, sin dalle origini, un rapporto rigoroso e sobrieto nei confronti del vestiario. Non solo l’uso di tonaca, scapolare e mantello è regolato da norme severe, ma ai frati è anche e vietato possedere vesti liturgiche e monili. Le antiche Costuituzioni dell’Ordine recitano: “Non etiam ecclesiasticas vestes, seu Cruces aureas, vel annulos habeant” e più avanti“ Item volumus, et mandamus, quod nullus Frater habeat vestes ecclesiasticas, vel ornamenta, vel aliqua paramenta, vel Cruces aureas, vel argenteas, vel cum lapidibus pretiosis, vel annulos, vel lapides pretiosos”. Il possesso di questi beni lussuosi stride evidentemente con il voto di povertà che ogni frate pronuncia. Tali oggetti sono di tutta la comunità e il loro impiego all’interno della liturgia deve servire per esaltare la gloria divina e l’autorità della Chiesa.
Ogni convento si regola in piena libertà circa l’acquisto e la conservazione delle vesti sacre. Tuttavia, il 20 giugno 1609, il Procuratore Generale per la Provincia Utriusque Lombardiae, fr. Serafino Sicco, dispone da Roma che tutti gli apparati e le sacre suppellettili del convento faentino di S. Andrea, “pertinentes ad sacristiam prefati Conventus”, non possano essere in nessun modo e in nessun caso dati in prestito, minacciando per la mancata osservanza di questo provvedimento severe pene “nostro arbitrio” al priore e al responsabile della sacrestia.
Molte volte le vesti sacre sono commissionate a conventi di religiose che, forti di una sapienza plurisecolare, confezionano veri capolavori. Non è raro il caso in cui pianete, piviali e dalmatiche siano donate ai conventi da facoltosi fedeli, laici e religiosi, spesso come lascito testamentario.
A Faenza, alcuni monasteri femminili si dedicano a quest’arte raffinata, e in particolare quelli di S. Maglorio, di S. Caterina e di S. Chiara. Questa tuttavia non è un’attività esclusivamente femminile; nella vicina Toscana si hanno infatti notizie di monasteri maschili, specialmente camaldolesi, dediti alla produzione di paramenti liturgici.
Molti sono i fedeli, anche illustri, che dotano il convento di sacre vesti. Ad esempio, nel 1465 Gian Galeazzo Manfredi dona ai domenicani una tunicella e una dalmatica cremisi, mentre il fratello Astorgio, nel 1466, dona un parato in quarta di velluto verde per la cappella di S. Pietro Martire. Nel 1468 un altro lascito di 20 ducati d’oro è destinato all’acquisto di pianete, nel 1486 Damiana Fabbri dispone un lascito per l’acquisto di apparati sacri, nel 1500 Niccolino Gandolfi dona una pianeta e nel 1517 Girolamo di Abramo un paliotto. Memoria di donativi analoghi si riscontra con continuità e con frequenza sempre maggiore per i sec. XVII e XVIII, quando, anche in seguito alle nuove disposizioni tridentine, si ha un rinnovamento del corredo dei paramenti del convento anche perché i lasciti testamentari si fanno più numerosi. I tessuti, sempre più ricercati e fastosi, si arricchiscono di fantasiosi ricami e dei preziosi inserti d’oro e d’argento che in parte oggi possiamo ammirare.