Lessico floreale e dei paramenti

I FIORI DELL’ANIMA
Il linguaggio dei fiori nei paramenti sacri dei domenicani
8 maggio – 27 giugno 2010

LESSICO FLOREALE E DEI PARAMENTI

GLOSSARIO DEI PARAMENTI

DALMATICA
È l’indumento liturgico proprio del diacono, indossato sopra le altre vesti durante la celebrazione della messa, nei vespri, nelle benedizioni solenni e nelle processioni ed è a volte indossata dal vescovo, nei pontificali e nelle processioni.
È lunga e con maniche larghe e corte, caratterizzata da due galloni verticali (clavi) posti davanti e dietro, collegati fra loro da uno o due galloni orizzontali e paralleli.
È confezionata con stoffe pregiate (in origine lino, poi seta e lana bianca fine) e il suo colore deve essere uguale a quello della pianeta o del piviale.
L’origine di questo capo è profana.
Diffusa nella Roma del II secolo, la dalmatica compare come veste di vescovi e diaconi nel V secolo, e il suo uso si diffonde in tutto l’Occidente di rito latino verso il IX secolo.
Nella simbologia liturgica, la dalmatica, con la sua evidente somiglianza con la croce, è un richiamo alla passione e alla morte di Cristo.

MANIPOLO
Indumento sacerdotale, costituito di due fasce di tessuto che poggiano, pendendo egualmente su entrambe le parti, a cavallo del braccio dell’officiante.
È ornato di tre croci, una al centro e due alle estremità. È fissato al braccio del sacerdote mediante fettucce cucite nella parte interna. L’uso è proprio della messa e di poche determinate funzioni.
Può essere confezionata in vari tessuti, ma il colore deve essere obbligatoriamente quello della pianeta.
La sua origine è romana e profana: nella Roma antica è un apprezzato accessorio una sorta di sudario, o di pezzuola (mappa), utilizzato come ornamento.
Da questo modello classico, hanno origine anche l’enchirion e l’epigonation della chiesa bizantina. Nella chiesa romana, a partire dal VI secolo, diaconi e sacerdoti portano alla mano sinistra un panno di mezza tela, detto pallium linostrinum, inizialmente portato aperto e in seguito ripiegato a formare una fascia (detta in origine mappula, e quindi manipulus).
Nella simbologia liturgica, il manipolo rappresenta le funi con cui Cristo fu legato dai soldati per essere portato in giudizio davanti ai sommi sacerdoti.

PALIOTTO
Il paliotto è una quinta (di tela rigidamente fissata ad un telaio), o di legno, o di materiale prezioso (metallo, osso, avorio), anteposta all’altare nelle maggiori solennità e durante l’esposizione del Sacramento, con funzione decorativa. In origine, l’addobbo dell’altare interessa tutti i lati e può essere sia liscio e senza pieghe (pallium), sia caratterizzato da ampi drappeggi (vestis altaris).
Dal basso medioevo, la parte ornata è solo quella frontale e il pallium assume anche i nomi di dossale, antealtare, frontale e, più tardi, antependium.

PIANETA (O CASULA)
È l’indumento indossato dal celebrante sulla veste sacerdotale, durante la messa. Ha la forma di uno scapolare con un’apertura in alto per la testa e delle fettucce per chiuderla ai lati.
È composta di due brani di tessuto di misura differente, uno più ampio e lungo per il retro, ornato da una fascia verticale detta colonna, e uno più piccolo per il davanti, ornato da una striscia a forma di croce.
L’apertura per il capo è trapezoidale o rotonda. I materiali utilizzati variano nel tempo dalla paglia al cuoio, al lino, al cotone, oltre a tessuti di fattura più pregiata quali broccati, damaschi, velluti e altri tessuti di seta. L’origine della pianeta rimanda all’antica paenula, un pallium dotato di cappuccio che sostituisce progressivamente la toga nel mondo romano, per questioni di praticità. Nella Gallia del VI secolo, la paenula è già utilizzata durante le celebrazioni liturgiche.Il suo utilizzo specifico come paramento sacro si ha in Spagna ed è attestato a partire dall’anno 663 (canone 28 del IV Sinodo di Toledo).
La pianeta mantiene una forma a campana fin sotto il ginocchio sino al sec. XIV. Subisce poi varie trasformazioni e assume la sua foggia definitiva con le riforme introdotte dal Concilio di Trento (fine sec. XVI). Simbolicamente, rappresenta la carità, la giustizia, la santità sacerdotale, l’innocenza e la grazia dello Spirito Santo che il sacerdote, nel vestirsi, invoca su di sé.
Piviale (o cappa, o mantus)
Il piviale è un paramento indossato di norma nelle varie funzioni solenni al di fuori della messa e in particolare:
• durante le processioni (es. la processione del Corpus Domini);
• per la benedizione eucaristica;
• ai Vespri e alle Lodi solenni;
• dal Papa, per le celebrazioni dei Vespri e per i Concistori per la creazione di nuovi cardinali;
• nell’uso di alcuni capitoli cattedrali, dall’arcidiacono durante la messa pontificale.
Prima della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II il piviale non è proprio soltanto di preti e vescovi, ma viene utilizzato anche dal clero minore o da altri ministri, per esempio dai salmisti che intonavano l’inizio dei salmi durante la celebrazione dei Vespri. È un ampio mantello lungo fino ai piedi, chiuso sul davanti da un fermaglio, detto razionale. Aperto, ha forma semicircolare (con un raggio di circa m 1,50) ed è confezionato in tessuti pregiati e ornato di preziosi ricami. La parte anteriore è spesso rifinita da un ampio bordo molto decorato, mentre sulle spalle porta cucito un brano di tessuto (scudo), fermato da bottoni o nastri, sovente ornato di frange, e che ricorda il cappuccio dell’antica cappa clericale o monacale dell’VIII secolo, da cui il piviale discende.

STENDARDO
Vessillo, di forma generalmente rettangolare, realizzato con tessuti diversi e impreziosito di ricami, iscrizioni e figure dipinte. È sorretto da un pennone trasversale terminante con due sfere o rosoni scolpiti, in metallo o legno, e posto a croce su un’asta verticale. Dalle estremità del pennone scendono solitamente cordoni chiusi da nappe. In genere distinto dal gonfalone (che ha originariamente solo funzione civile), simboleggia Cristo, e il portarlo in processione evoca l’ingresso del Salvatore risorto in Cielo.

STOLA
È una striscia di seta lunga fino a 2 metri e larga circa 10 cm. Di probabile denominazione gallica derivante dal greco è presente in Oriente già dal IV secolo e diventa uniforme in Occidente solamente nel X secolo. Poiché è l’elemento distintivo proprio del ministro ordinato, nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali il sacerdote indossa sempre la stola, anche sotto la casula o sotto il piviale. Indossano la stola:
• il diacono trasversalmente, dalla spalla sinistra al fianco destro.
• il presbitero diritta, dalle spalle sino alle gambe (un tempo la incrociava).
• il vescovo diritta, dalle spalle sino alle gambe.
Indossandola, il sacerdote recita la relativa preghiera:
Redde mihi, Domine, stolam immortalitatis, quam perdidi in praevaricatione primi parentis; et, quamvis indignus accedo ad tuum sacrum mysterium, merear tamen gaudium sempiternum.
(Restituiscimi, o Signore, la stola dell’immortalità, che persi a causa del peccato del primo padre; e per quanto accedo indegno al tuo sacro mistero, che io raggiunga ugualmente la gioia senza fine).
La stola infatti rappresenta i fiumi di acqua viva che discendono sugli eletti (Gv, 7, 38).

VELO COPRI CALICE
Paramento sacro costituito di un brano di tessuto in seta, del colore della pianeta, con cui si coprono il calice e la patena fino al momento dell’Offertorio e dopo la Comunione. Spesso è riccamente decorato e ricamato, con materiali assai preziosi. Il suo utilizzo compare solo verso il XV secolo.

VELO OMERALE
È un pezzo di stoffa rettangolare lungo circa 2,5 metri e largo circa 60 cm, dotato di due nastri di stoffa o ganci metallici posti approssimativamente al centro del velo, per fissare in sicurezza il paramento qualora lo si indossi per molto tempo. Fa parte del completo del piviale, pertanto da quest’ultimo prende gli stessi ricami e colori liturgici. Per consuetudine al centro è ricamata un’Ostia circondata da una raggiera, tuttavia tra le decorazioni intessute si possono trovare la croce (di solito greca) o gli emblemi eucaristici (ad esempio la sigla JHS, l’agnello, spighe di grano e grappoli d’uva). Il velo omerale si può usare anche nelle processioni e per impartire la benedizione con le Reliquie della Passione di Cristo (e in questo caso è di colore rosso). È utilizzato dal sacerdote o dal diacono quando hanno fra le mani l’Eucaristia, fatta eccezione per i riti ordinari della messa e della comunione ai malati. Durante la benedizione eucaristica. all’officiante si pone il Velo omerale sulle spalle, affinchè egli prenda l’Ostensorio o il reliquiario con le mani velate dalle fimbrie di questo paramento. È utilizzato inoltre nella processione del Corpus Domini e ogni volta in cui si trasporti l’Eucaristia (contenuta nell’Ostensorio o nella pisside), come, per esempio nei riti del triduo pasquale. Anche il semplice trasferimento del Santissimo Sacramento da un altare ad un altro richiede l’uso del velo omerale. L’uso del Velo omerale durante la benedizione eucaristica è segno di rispetto verso l’ostia consacrata contenuta nell’ostensorio. Presso gli antichi, infatti, prendere od offrire oggetti con le mani velate è segno di ossequio per l’oggetto e per la persona a cui si dona o dalla quale si riceve. Di qui nasce l’usanza di velarsi le mani nel toccare oggetti sacri.

PICCOLO LESSICO FLOREALE

Ogni cosmogonia, si sa, include sempre un giardino, paradeisos perennemente in fiore, Eden biblico o Giardino delle Esperidi a seconda dei casi, comunque simbolo di un’ Età dell’Oro irrimediabilmente perduta.
La primavera, eterna per definizione, vi garantisce la presenza continua di fiori che, nel mondo classico (Ovidio insegna), si legano sempre a storie d’amore dall’inevitabile epilogo tragico.

Le simbologie classiche, in più di un caso, vengono riprese dal Cristianesimo che, nei secoli, le piega a significati di natura sacra o morale e spesso le trasforma in immagini figurate della Madonna e di Gesù Cristo, che non a caso è definito anche “giardiniere di anime”. Dal prato mistico di Sant’Apollinare in Classe ai gigli che accompagnano gli innumerevoli dipinti con l’ Annunciazione della Vergine il campionario è veramente sterminato.
Ma anche il Medioevo gotico crea un proprio giardino simbolico, hortus conclusus per i sapienti dediti alle arti liberali o recinto cortese per gli amabili conversari di amanti civilizzati che sia. Di lì ai giardini del Rinascimento neoplatonico popolati di divinità mitologiche o sede di concerti campestri, ma comunque densi di simbologie, il passo è breve.

In seguito, più del giardino, saranno i fiori recisi, raccolti in mazzi che vengono composti secondo intenzioni calcolate e precise, talora anche accostati a frutti e insetti, ad essere portatori di simbologie e morali in genere affliggenti, come le luttuose vanitas tanto care all’Inquisizione.
Oltre ai dipinti, luogo privilegiato di questo raffinato gioco intellettuale sono le gli arazzi, le stoffe preziose, intessute e ricamate secondo tipologie che, nell’uso liturgico, assommano modelli d’ascendenza medio-orientali e finalità devozionali.

Ed è così che i significati s’intrecciano e si sovrappongono in un gioco di conferme, contraddizioni e letture a parte. Gli esempi che seguono rappresentano un campionario, parziale e certamente incompleto nei riferimenti, dei fiori (e di alcuni frutti) più utilizzati.

ANEMONE
Per Ovidio (Metaformosi, X, 705-40) è il fiore nato, per volontà di Afrodite, dal sangue del bellissimo giovinetto Adone da lei amato, che fu ferito a morte da un cinghiale mandato da Ares ingelosito.
Il nome prende origine dal greco ànemos (vento), perché è fragile e basta appunto un colpo di vento a disperderne i petali.
Per questa sua caratteristica simboleggia la caducità della bellezza e, soprattutto, della vita.
Anche gli etruschi lo associavano ad un’immagine funebre ed erano soliti coltivarlo accanto alle tombe.
Il mito fu assorbito dall’iconografia cristiana, per cui l’anemone, nato dalle gocce del sangue di Cristo sul Calvario, venne spesso rappresentato ai piedi della croce.

AQUILEGIA
Incerta l’origine del nome, che forse ha origine dalla somiglianza dei petali col becco o gli artigli di un’aquila (di qui la credenza che servisse a rendere più acuta la vista), oppure da aquilegium, recipiente da acqua, perché le sue foglie trattengono la pioggia. Il suo nome latino colombina è dovuto invece alla somiglianza dei petali con la sagoma di una colomba.
Di qui l’associazione con lo Spirito Santo, rinforzata dalle foglie trilobate che evoca la Trinità.
La presenza di sei fiori per stelo richiamerebbe poi i doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, conoscenza, timor di Dio).
Dal nome francese ancholie, simile a melancholie, deriva invece l’associazione col dolore della Vergine e sarebbe quindi all’origine della sua presenza in alcuni dipinti, come la “Madonna del Roseto” di Bernardino Luini.

CILIEGIA
Per il suo colore e quello del suo succo ricorda la redenzione del genere umano, avvenuta attraverso il sangue di Cristo ed è quindi simbolo della Passione.
Per questa ragione compare spesso sulla tavola dell’Ultima Cena e della Cena in Emmaus.

FIORDALISO
In latino era noto come centaureum, in riferimento al centauro Chitone che, ferito per errore da Ercole con una freccia avvelenata, guarì con una pozione a base di fiordaliso.
L’iconografia cristiana l’associa a Gesù Cristo perché cresce nei campi di grano (simbolo dell’Eucarestia) e perché il suo colore richiama il cielo e, per estensione il Paradiso e la vita dopo la morte.
Di qui la sua presenza nei dipinti che rappresentano l’Assunzione della Vergine, la Resurrezione o l’Ascensione di Cristo.
Un ulteriore riferimento era dovuto alla presunta capacità del fiordaliso di guarire dai morsi del serpente che veniva messa in rapporto con la capacità di Gesù di sconfiggere il demonio, spesso rappresentato come un serpente.

FRAGOLA
Secondo Ovidio (Metamorfosi I, 103-104) era fra i frutti prodotti spontaneamente dalla terra durante la mitica Età dell’Oro.
Probabilmente per questo, in ambito cristiano, è ritenuta il cibo dei beati, e come tale richiama l’idea di Paradiso, mentre i suoi fiori bianchi simboleggiano la purezza della Vergine Maria, il colore rosso la Passione e la foglia tripartita, la Trinità.
Per le sue notevoli qualità terapeutiche (Linneo fu guarito dalla gotta da una cura a base di fragole) è anche il simbolo della bontà esemplare.

GAROFANO
Importato dalla Turchia (o dalla Tunisia) alla fine del XIII secolo, divenne rapidamente un simbolo di nozze, profane e mistiche. Lo ritroviamo infatti nei ritratti che i fidanzati nordici si inviavano ma anche fra le mani di Maria (v. la “Madonna del garofano” di Leonardo), simbolo della Chiesa sponsa Christi. Nel Medioevo nasce anche la sua associazione con la Passione, a causa soprattutto della leggenda secondo la quale le lacrime della Madonna lungo il Calvario si erano trasformate in garofani bianchi (che questa ragione avrebbero i pistilli a forma di chiodi). Nella “Madonna della Vittoria” dipinta da Mantegna nel 1496, i due garofani nelle mani di Cristo simboleggiano invece la sua doppia natura, umana e divina.

GELSOMINO
Proveniente nell’antichità in diverse varietà dall’India e anche dall’Arabia, dove si associava il suo profumo a quello del Paradiso. La specie più testimoniata nei dipinti è quella del jasminum officinale a cinque petali.
Per il colore bianco dei suoi fiori, indice di purezza e verginità, è associato a Maria, alla quale lo lega anche il fatto di sbocciare a maggio, mese consacrato alla Madonna.
Per il suo profumo viene spesso considerato fiore del Paradiso e simbolo di grazia e di amore divino. Si ritrova spesso nei dipinti in mano al Bambin Gesù e, intrecciato in ghirlande, sul capo di angeli e santi.

GIACINTO
Ovidio (Metamorfosi, X, 162-219) racconta di questo bellissimo giovinetto, amato da Apollo che, senza volerlo, lo ferì a morte col rimbalzo di un disco e poi, disperato, trasformò in fiore il suo sangue. Alla connotazione funebre si unisce anche l’indicazione di prudenza e saggezza legata ad Apollo, dio della sapienza e delle Muse.
Anche dal sangue di Aiace, suicida per non aver ottenuto le armi di Achille, nacque questo fiore in cui si possono leggere le lettere “AI”, identificabili (Ovidio, Metamorfosi, XIII, 392-398) come il nome dell’eroe omerico e come un lamento per il giovinetto. Il giacinto è anche un simbolo di Cristo.

GIGLIO
Nell’antichità classica è detto anche “rosa di Giunone” per il mito ellenistico che lo faceva nascere da una goccia del suo latte mentre allattava Ercole bambino. In molti passi dell’Antico Testamento è simbolo di fertilità, bellezza e spiritualità ma, in seguito, prevalse il significato di castità e purezza e l’associazione con la figura della Madonna, specie nelle scene dell’Annunciazione. Diversi dipinti con l’Assunzione, come “L’incoronazione della Vergine” di Raffaello del 1503, rappresentano il sepolcro vuoto di Maria da cui spuntano gigli e rose, secondo quanto riportato dalla Legenda Aurea.
Il giglio rosso, come il garofano dello stesso colore, è invece simbolo della Passione di Gesù.

GIRASOLE
E’ il simbolo della devozione incondizionata, ben rappresentata dalla storia della ninfa Clizia che, per la sua gelosia, fa morire la rivale e perde così l’amore del dio Sole.
L’abbandono la porta alla morte e alla trasformazione in un fiore che non si stanca mai di fissare il volto dell’amato (Ovidio, Metamorfosi, IV, 206-8, 234-37, 256-70).

LIMONE
Spesso identificati, insieme alle arance, coi pomi d’oro del giardino delle Esperidi, sarebbero stati creati dalla Terra per festeggiare le nozze di Zeus e Hera.
Considerato anche un efficace rimedio contro il veleno, il limone diventa simbolo di Maria Vergine e anche della salvezza divina, perché cresce sotto il sole diretto.

MELAGRANA
Fin dall’antichità è associata alla figura di Proserpina rapita da Ade, ma anche ad Afrodite e di qui al matrimonio e alla fertilità femminile. In ambito cristiano rappresenta invece la castità della Madonna, la benedizione divina che procura prosperità e anche la Resurrezione.
Se spaccata, indica la concordia e l’unità dei popoli sotto la Chiesa.

NARCISO
Nell’antichità classica indica l’egoismo e l’amore verso se stessi, in relazione al mito (Ovidio, Metamorfosi, III, 33-510) del bellissimo giovinetto che specchiandosi nell’acqua s’invaghisce della propria immagine e muore di consunzione, trasformandosi in un fiore. La simbologia non cambia in ambito cristiano e il giacinto compare in genere nei dipinti dell’Annunciazione o del Paradiso Terrestre, in cui rappresenta, a seconda dei casi, il dolore della Madonna oppure l’egoismo, la morte e il peccato su cui trionfano l’amore divino e la vita eterna.
Per le difficoltà che comporta la sua coltivazione è talvolta simbolo della disillusione.

NONTISCORDARDIME’
Il nome deriva da una leggenda tedesca del Medioevo; sarebbe il grido (Vergisz mein nicht!) lanciato all’amata, insieme al mazzolino di fiori azzurri, dal giovane che stava affogando nel fiume in cui era scivolato proprio per raccogliere quei fiori.
Meno romantico il nome di myosotis (orecchie di topo, in greco) che si riferisce alla forma delle foglie.
Per Plinio il Vecchio è simbolo della salvezza dal dolore e dalla morte per le sue proprietà benefiche nella cura degli occhi.

PAPAVERO
Nell’antichità il riferimento era in genere al papaver somniferum, cui erano associati il sonno, i sogni e anche la morte, sonno eterno.
Nel cristianesimo compare invece il più comune papaver rhoeas che, per il colore, richiama la Passione e, per la sua crescita nei campi di grano, il rapporto fra Eucaristia e sangue di Cristo.

PEONIA
Nell’antichità le si attribuivano virtù terapeutiche, soprattutto come antidolorifico, antinfiammatorio e rimedio contro la pazzia e si riteneva fosse l’unico fiore che poteva fiorire sull’Olimpo.
Secondo Plinio il Vecchio, si lega alla figura di Peone, figlio ed allievo del dio della medicina Asclepio (Esculapio), che fu mutato in fiore dopo aver liberato Latona dai dolori del parto. Secondo un’altra versione del mito fu invece Ade, guarito da una ferita procuratagli da Eracle, a trasformarlo in peonia per donargli l’immortalità e sottrarlo all’invidia dello stesso Asclepio.
La peonia compare frequentemente nei dipinti per la sua bellezza e perché, pur somigliando alla rosa, non presenta spine e può quindi essere un simbolo della Madonna. Nel linguaggio dei fiori indica ritrosia e timidezza.

PERA
Secondo la mitologia greca il pero era l’albero consacrato alla luna e poi ad Hera, la cui immagine scolpita in questo legno si conservava nell’Heraion di Micene. In seguito fu associato anche ad Atena che, nel suo santuario di Tebe era detta onca, nome preellenico del pero e ad Afrodite, per la forma del frutto.
Nella simbologia cristiana la pera è spesso associata alla Madonna e a Gesù per la sua dolcezza, paragonabile a quella della loro virtù. Secondo alcuni autori, che identificano con un pero l’albero del bene e del male del Paradiso Terrestre, rappresenta invece la morte e la resurrezione di Cristo perché è un riferimento alla Croce, ricavata, secondo la tradizione, dal legno dell’albero della conoscenza.

PESCA
Ricorre in numerosi dipinti come attributo della Verità ma anche come simbolo della Temperanza perché si riteneva che il suo consumo attenuasse gli effetti di un uso smodato del vino.
Talvolta sostituisce la mela, con lo stesso significato di salvezza e redenzione, nei quadri della Madonna col Bambino.
Secondo una leggenda medievale è un frutto benedetto, perché durante la fuga in Egitto un pesco s’inchinò davanti a Gesù riconoscendo in lui il Messia.

PRUGNA
Generalmente impiegata come simbolo di fedeltà, assume significati ulteriori in base al suo colore.
Se è gialla indica la castità di Cristo, se è rossa la sua carità, mentre la sua Passione e morte sono associate al colore violaceo.

ROSA
Nell’antichità era il fiore sacro ad Afrodite, nato insieme a lei dalla schiuma del mare, e in quanto tale un simbolo d’amore non sempre privo di pene, rappresentate dalle spine.
A Roma le si associò invece una connotazione funebre perché la Rosalia, la festa delle rose, era legata la culto dei morti. In ambito cristiano diventa il fiore per eccellenza della Madonna, “rosa senza spine” (come quelle che si diceva crescessero nell’Eden) perché nata senza peccato originale.
La rosa canina, a cinque petali, allude invece alle cinque ferite inflitte a Gesù in croce.

TULIPANO
Originario della Persia, dove era il simbolo dell’amore perfetto, fu portato in Europa nella seconda metà del XVI secolo, dall’ambasciatore austriaco ad Istanbul ed ottenne un enorme successo, specie in Olanda.
I prezzi dei suoi bulbi raggiunsero livelli incredibili fino al crollo del 1637, di qui la ragione per cui venne spesso impiegato nelle vanitas, le nature morte imperniate sulla caducità dei beni terreni e della stessa vita.
In Italia già in precedenza cresceva spontaneamente nei campi il cosiddetto tulipa silvestris (che compare anche nell’”Annunciazione” di Leonardo del 1474), emblema della grazia e dell’amore di Dio, perché appassisce lontano dalla luce.

UVA
Secondo il mito greco era generalmente riferita a Dioniso, in seguito il grappolo d’uva divenne allusivo al sangue di Cristo. In associazione al grano (o al pane) diventa invece riferimento eucaristico e come tale associato all’Ultima cena e alla Passione, anche in relazione al vangelo di Giovanni (15, 1-8): “Io sono la vera vite”.
Un’interpretazione di due passi della Bibbia (Isaia 63, 1-6; Numeri 13, 17-29) risalente a sant’Agostino, che paragona Gesù ad un grappolo d’uva della terra promessa posto sotto un torchio, è invece all’origine dell’immagine del cosiddetto “torchio mistico”.

VIOLA
Nella mitologia è il fiore nato dal sangue di Attis, che si mutilò dopo essere impazzito per volontà della dea frigia Agdistis, innamorata di lui e respinta.
Nel mondo cristiano diventa simbolo di modestia e di umiltà e come tale associata sia a Gesù che alla Madonna. La viola del pensiero, con i suoi cinque petali, simboleggia le ferite di Cristo.

Maria Grazia Morganti

Note bibliografiche:
M. BATTISTINI, Simboli e Allegorie, Milano, Electa Mondatori 2002;
A. CATTABIANI, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Milano, Mondadori, 1996;
L. IMPELLUSO, La natura e i suoi simboli, Milano, Electa Mondatori, 2004;
C. DE LATOUR, Il linguaggio dei fiori, Leo Olschki, 2008 (ed. orig. 1818-19);
OVIDIO, Metamorfosi.