Mario Sironi,
Periferia

Mario Sironi,
Periferia

Mario Sironi, Periferia
1948 Olio su tela, cm 30×42,5

Sironi è stato, con de Chirico, il maggior pittore di architetture del Novecento. Anzi, per lui la pittura coincide con l’ architettura. Non perché rappresenta degli edifici, ma perché edifica delle forme.

L’esito più alto e insieme l’emblema di questa sua concezione sono i paesaggi urbani, che nascono nel 1919. Cioè nel periodo in cui l’artista si stabilisce definitivamente a Milano. Le sue Periferie sono appunto architetture compatte, potenti. Simbolo di una radicale volontà costruttiva, di una ritrovata capacità di dipingere forme compiute dopo le scomposizioni e le frammentazioni delle avanguardie.

Per questo sono prive di quegli elementi leggeri, irregolari, volatili (nuvole, foglie, fiori, erbe, acque) che avevano contraddistinto le città dipinte dagli impressionisti. Come pure di quegli elementi dinamici, di quel movimento che dissolveva figure e cose, che avevano contrassegnato le città dipinte dai futuristi.

Sono composizioni dure, senza ornamenti, le sue. E si possono considerare un simbolo della durezza della vita moderna. Ma anche, più in generale, della vita senza aggettivi. Però, occorre non equivocare sull’asprezza della pittura sironiana. In questo senso può esserci d’aiuto qualche pagina del 1920 di Margherita Sarfatti. Che delle Periferie sironiane è stata la più precoce esegeta. E che vi coglieva già allora non solo la  gravità e la tragicità della visione, ma anche la saldezza classica delle forme e la potenza dello stile.

La stagione dei paesaggi urbani, però, non si esaurisce negli anni venti. A partire dal 1940-1941, e più frequentemente dopo il 1942, Sironi riprende questo tema che negli anni trenta aveva praticamente abbandonato. “Sironi pare ritornato al periodo dei paesaggi urbani. Ma con vigore più pesante, meno ermetiche bloccature”. Scrive, nel 1944, Attilio Podestà.

In effetti la differenza più evidente delle Periferie degli anni quaranta (e cinquanta) rispetto a quelle precedenti consiste proprio in un disegno meno “bloccato”, che allenta la saldezza dei perimetri. E in una pennellata più materica che insinua nell’opera un maggior senso di fisicità. Ma anche di vulnerabilità.

A quest’ultimo periodo appartiene anche la Periferia di Faenza. Caratterizzata da un andamento diagonale delle rotaie del tram simile a quello della Periferia già Paoletti. E insieme da una densità della pennellata che lo avvicina a opere come i due Paesaggi urbani Mattioli del 1944. O il Gasometro ora nella Casa-Museo Boschi Di Stefano di Milano, dipinto intorno al 1945. Va dunque collocata nell’arco di quegli anni.

Il testo di questa audioguida è parte della scheda di Elena Pontiggia per il catalogo della Collezione Bianchedi-Bettoli/Vallunga in vendita presso l’ingresso della Pinacoteca.

♦ Biografia dell’artista
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