Marco Palmezzano,
Tobiolo e l’Arcangelo Raffaele

Marco Palmezzano,
Tobiolo e l’Arcangelo Raffaele

Marco Palmezzano, Tobiolo e l’Arcangelo Raffaele
Tavola, cm. 149×62,5 + cornice 8 cm., n. inv. 108

Il dipinto presente in Pinacoteca già nel 1865, fu visto nel 1777, insieme alle altre tre tavole raffiguranti Sant’Agostino, San Girolamo e un Santo Vescovo, nella sacrestia della chiesa faentina di sant’Agostino da Marcello Oretti, che le attribuisce a Marco Palmezzano.

L’attribuzione trova concorde tutta la letteratura successiva, ma la provenienza è stata oggetto di controversie.

Le due tavole raffiguranti L’Arcangelo e Sant’Agostino, sono sicuramente due frammenti di uno stesso polittico, che non può essere identificato né con quello dipinto nel 1537 per Lucia Calzolari di Cesena e né con quello eseguito nel 1505 per la chiesa di San Girolamo dell’Osservanza di Faenza, come sostiene il Grigioni.

La testimonianza dell’Oretti e la presenza di Sant’Agostino risolverebbero il caso a favore della chiesa di Sant’Agostino come sede d’origine.

La pennellata, le scelte cromatiche e l’uso di una luce calda, sono elementi ripresi dalla pittura veneta,ed in particolare da quella di Giovanni Bellini; e denunciano una fase assestata nel percorso di Marco Palmezzano.

La tavola è un frammento dello stesso polittico da cui deriva anche il Sant’Agostino esposto a fianco di questa opera. Ha la stessa grandezza e raffigura l’Arcangelo con il piccolo Tobia, che ha un età inferiore rispetto all’episodio biblico. Tobia porge il dito all’angelo e nell’altra tiene un pesce. Le due figure sono leggiadre e sono inserite in una sontuosa architettura con colonne e pilastri ornati da grottesche su fondo oro che è la stessa di quella di Sant’Agostino. La pennellata, le scelte cromatiche e l’uso di una luce calda, sono elementi ripresi dalla pittura veneta,ed in particolare da quella di Giovanni Bellini; e denunciano una fase assestata nel percorso di Marco Palmezzano.

♦ Biografia dell’artista
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