Gian Battista Bertucci il Giovane, Madonna delle Grazie con S.Francesco d’Assisi, Sant’Antonio di Padova, San Savino, Sant’Apollinare e il committente don Rondinini, olio su tela, 1599, 2540 x 1620, Faenza, Museo Diocesano, dalla Chiesa di San Savino

Gian Battista Bertucci il Giovane,
Madonna delle Grazie con S.Francesco d’Assisi, Sant’Antonio di Padova, San Savino, Sant’Apollinare e il committente don Rondinini

Madonna delle Grazie
Gian Battista Bertucci il Giovane, Madonna delle Grazie con S.Francesco d’Assisi, Sant’Antonio di Padova, San Savino, Sant’Apollinare e il committente don Rondinini, olio su tela, 1599, 2540 x 1620, Faenza, Museo Diocesano, dalla Chiesa di San Savino

Una significativa opera a testimonianza della devozione per la Madonna delle Grazie a Faenza è la pala d’altare di Giovanni Battista Bertucci il giovane, eseguita nel 1599 per la chiesa di San Savino e oggi conservata nel Museo Diocesano (firma e data si leggono nell’epigrafe apposta nel gradino sotto la Vergine. “JO. BAPTISTA BERTUCCIUS/ FAVEN.PINGEBAT/ MDXCVIIII”).

La Madonna delle Grazie è inserita al centro di un’ampia composizione, come immagine di misericordia che con la sua intercessione frena i castighi della giustizia divina, simboleggiati delle terne di frecce spezzate che regge in ciascuna mano. A lei si rivolgono supplici quattro Santi ben riconoscibili dai loro attributi iconografici: San Francesco d’Assisi con il Crocifisso e il libro del Vangelo; Sant’Antonio di Padova con il tradizionale giglio e il cuore infiammato, simbolo dell’amore per Dio; San Savino, vescovo e protettore di Faenza che in segno di umiltà ha deposto a terra la mitria e il pastorale; Sant’Apollinare, arcivescovo di Ravenna; tra i due santi intercorre un ramo di palma, emblema del loro martirio. In alto due angeli – fanciulli reggono un drappo sopra la piccola abside che fa da sfondo alla Vergine, mentre in primo piano sulla destra, è ritratto il parroco don Giovanni Maria Rondinini, committente del quadro.

Giovanni Battista Bertucci, ultimo di una prestigiosa famiglia di pittori faentini, si forma sotto l’influenza dello zio Jacopone, con cui collabora nel 1575, insieme anche a Giulio Tonducci, nella decorazione del soffitto della chiesa camaldolese di San Giovanni Battista con Storie Bibliche (Pinacoteca Comunale), di chiara discendenza dal manierismo romano al seguito di Michelangelo. Il suo stile fa capo alla fase tarda di Jacopone, che dopo la giovanile adesione all’estrosa cifra ferrarese dei Dossi, si era assestato su un manierismo più placato, forse anche a seguito del processo di eresia del 1569 in cui furono accusati sia Jacopone che il nipote. L’episodio, risolto con l’abiura, può aver segnato in maniera decisiva lo sviluppo stilistico di Giovanni Battista, condizionandone la scelta di forme ripetitive e convenzionali, connotate da esiti tardo manieristici e da uno spiccato senso devoto. Tale linguaggio caratterizza la sua attività fino a date anche molto avanzate, quando a Faenza già compaiono i nuovi fermenti dell’inquieto gusto secentesco, ad esempio, nella pittura di Ferraù Fenzoni in cui le formule affettate della maniera cedono il posto alla ricerca di effetti cromatici, esaltati dal contrasto dei lampi di luce sul fondo tenebroso dei dipinti.

Pur con i suddetti limiti, la pittura di Giovanni Battista Bertucci risulta molto piacevole sia per lo straordinario senso del colore luminoso e cangiante, sia per gli spunti di vivacità narrativa, sia per la resa realistica e la rara introspezione psicologica dei ritratti. Si veda qui il ritratto del Rondinini, di una suggestiva evidenza nella veste scura rischiarata dal colletto bianco orlato di pizzo e nell’espressione intensa del volto che lascia trasparire la sua profonda fede. La composizione complessivamente si uniforma ai moduli tardo-manieristici nella calcolata simmetria delle figure con un gioco di contrappunto nelle pose e nei movimenti, bene evidente nei due angeli. La resa dello spazio, alquanto compresso, fa capire come l’ottica precisione della prospettiva rinascimentale sia ormai secondaria rispetto al risalto dato al fattore emotivo e alla tematica degli affetti, teorizzati dai nuovi canoni dell’arte “sacra” post-tridentina in funzione di assecondare e rafforzare la devozione dei fedeli. Il fatto che Bertucci recuperi accenti di sapore arcaicizzante nella figura della Vergine, eretta in posa frontale col senso ieratico quasi di un’antica icona, è ben consonante con tale spiritualità. In definitiva, la pala è una testimonianza esemplare per Faenza della pittura della Controriforma.

Anna Tambini
Da “La solennità della Madonna delle Grazie Patrona della città e diocesi di Faenza”
28 aprile – 9 maggio 2006, p. 1