Da Giani a Fattori. Maestri della pittura italiana del XIX secolo nelle collezioni di Faenza. 7 dicembre 2007 – 25 gennaio 2008

DA GIANI A FATTORI
Maestri della pittura italiana del XIX secolo nelle collezioni di Faenza
7 dicembre 2007 – 25 gennaio 2008

Saluti introduttivi del Sindaco di Faenza, Claudio Casadio, del Presidente della Banca di Romagna, Angelo Bartolotti e del Direttore della Banca di Romagna, Francesco Pinoni

Referenze

Introduzione alla mostra di Sauro Casadei

La mostra che qui si presenta, Da Giani a Fattori . Maestri della pittura italiana del XIX secolo nelle collezioni di Faenza, organizzata grazie al generoso contributo della Banca di Romagna, si inserisce nel filone di rivalutazione e, soprattutto, di esposizione al pubblico di opere della Pinacoteca altrimenti non visibili a causa dell’ormai cronica mancanza di spazi istituzionali dedicati alla fruizione delle collezioni contemporanee.
Deve essere considerata la continuazione della rassegna aperta anch’essa, un anno fa, nei locali della sede centrale di Faenza della Banca e nelle sale espositive della Pinacoteca, Da Zandomeneghi a Morandi. Maestri dell’arte italiana del XX secolo nella Pinacoteca Comunale di Faenza.
Nell’introduzione al catalogo pubblicato a sussidio della rassegna sul Novecento, si è cercato di chiarire i percorsi storici e le motivazioni che hanno arricchito, dall’apertura al pubblico della Pinacoteca (1879), le collezioni contemporanee di opere prodotte da autori che hanno occupato un posto di rilievo nel panorama nazionale.
Richiamandoci a quelle brevi note, possiamo verificare che anche nel caso dei dipinti oggi esposti si confermano fondamentalmente tre vie di accesso alla Galleria d’Arte Moderna.
Anzitutto il collezionismo: gran parte delle opere qui illustrate ed esposte in mostra sono entrate a far parte della Pinacoteca comunale grazie alle donazioni Girolamo Strocchi (1885), Giovanni Montanari (1897). eredi Federico Argnani (1905), Antonio Mazzotti (1912), Luigi Ovidi (1916), Giacomo Pozzi (1936), Luigi Parmeggiani (1937), Paolo Galli (1938), Luigi Zauli Naldi (1965), Francesco Papiani (1969), Giuseppe ed Ennio Golfieri (1989).
Sullo spessore quantitativo e qualitativo di questa gloriosa storia, che attraversa i due secoli di vita della Pinacoteca si è già detto in più occasioni.
Il secondo fattore di accrescimento va riconosciuto negli acquisti effettuati direttamente dal Comune presso privati e, in qualche caso, dagli autori: la Scena arcadica di Massimo D’ Azeglio (1878), l’Autoritratto di Gaspare Landi (1885), il Ritratto di Achille Calzi senior di Francesco Podesti (1892): quest’ultimo veniva ad arricchire la galleria dei personaggi celebri della storia cittadina, all’epoca già corposo.
Terzo, e non meno importante episodio, i depositi chiesti ed ottenuti da Federico Argnani nel periodo iniziale di allestimento e apertura al pubblico delle sale espositive, fra il 1878 e il 1902.
Delle tre opere di Tommaso Minardi oggi esposte, due furono consegnate dalla Congregazione di Carità di Faenza: la Cena in Emmaus, quadro fra i più famosi dell’autore, e un’ Ultima cena, anch’essa come la prima dipinta nel periodo di apprendistato giovanile a Roma, ignota fino alla mostra Il museo nascosto del 1994.

La mostra che presentiamo ha l’ambizione di portare un piccolo contributo alla conoscenza della pittura ottocentesca italiana, riproducendo opere in buona parte pubblicate sì, ma in cataloghi ormai d’epoca, scarsamente o per nulla illustrati e con un corredo critico ridotto all’osso.
Per tutte, poi, vale l’osservazione che la mancata esposizione al pubblico, che in alcuni casi dura da trent’anni, ha sottratto e sottrae all’occhio degli studiosi quadri di grande interesse che occupano un ruolo talvolta cruciale per la comprensione di autori a lungo ignorati o sottovalutati, fino a tempi recenti, dalla letteratura.
Basti ricordare che di F. Giani la Pinacoteca possiede nove dei sessantasei dipinti da cavalletto citati nell’imponente monografia di Anna Ottani Cavina del 1909: qui se ne espongono tre.
Come mai questa così ampia presenza in città ? La ragione è da cercare in due ordini di motivi: il primo è da riconoscere nell’ampia attività faentina di Giani, che decorò un grande numero di edifici con cicli pittorici tuttora, in gran parte, visibili.
La seconda è dovuta al fatto che la riscoperta di questo autore, oggi riconosciuto come un protagonista della scena artistica europea, è partita, già dagli anni immediatamente precedenti l’ultimo conflitto, proprio da Faenza per merito anzitutto di Ennio Golfieri che nel 1950, con un fondamentale articolo su Paragone, aprì le moderne vie di ricerca non solo su Giani, ma anche su tutto il periodo Neoclassico di Faenza; grazie alle sue pionieristiche indagini furono coinvolti nell’operazione di recupero anche Antonio Corbara e lo stesso Roberto Longhi, guidato da entrambi all’esplorazione fisica dei palazzi faentini.
E’ stato uno dei più eclatanti episodi di corretta impostazione di metodo della storiografia artistica del secolo appena trascorso che, grazie a ricerche come queste, condotte sul terreno concreto del tessuto artistico, ha compiuto passi da gigante nella direzione della ricerca, riflessione e sistemazione storica dell’arte dell’Ottocento, in particolare della pittura.
Dagli anni Cinquanta in poi, con un ritmo che tuttora cresce costantemente, si sono indagati autori mal noti o addirittura sconosciuti e aree geografiche apparentemente marginali che hanno rivelato un’insospettata vitalità.
Il numero stesso degli artisti che hanno operato nell’arco del XIX secolo è in continuo aumento, grazie anche al ritrovamento, nei depositi dei musei di provincia, quasi tutti di pertinenza comunale, di quadri e sculture contrassegnate da firme mai prima registrate nelle pubblicazioni e spesso datati.
Questi progressi sono stati resi possibili, principalmente, dall’adozione di una nuova ottica che ha abbandonato la vetusta concezione della storia dell’arte come galleria di “geni” , raccolta di “tesori” e “capolavori” sradicati dai luoghi reali.
Grazie a questa nuova impostazione la storia di scuole e accademie è stata rivisitata superando, almeno in parte, il pregiudizio che vedeva in queste istituzioni un fattore di conservazione e tramando di formule del passato: in ambito faentino sono state pubblicati approfonditi saggi che ripercorrono la storia della Scuola comunale di Disegno, la cui fondazione risale al 1796, luogo di formazione di quasi tutti gli artisti operanti a Faenza.
Sempre più a largo raggio sono le analisi di fenomeni prima poco frequentati: il collezionismo, il mercato artistico e il ruolo dei galleristi, il pubblico delle mostre e la funzione dei musei, dei critici e della stampa.
Le ricerche filologiche ed archivistiche hanno portato, dagli inizi degli anni Settanta del Novecento, ad una rivalutazione di artisti che, all’epoca famosi, osannati dalla critica e ricercati dal pubblico, sponsorizzati da potenti mercanti e, quindi, ricercatissimi dal mercato, sono poi stati messi in disparte dalla svalutazione, talvolta declinata in un vero e proprio disprezzo, della cultura figurativa ufficiale identificata nelle Accademie.
Per lungo tempo il termine accademico è stato usato quasi come un insulto dato che, a partire dalle avanguardie storiche, i riflettori della critica sono stati puntati sui pittori che avevano combattuto contro le istituzioni, aperto nuove vie di ricerca e quindi, in molte situazioni, si erano trovati emarginati e non di rado derisi dalla critica ufficiale.
E’ quanto accaduto ad alcuni degli artisti qui esposti sui quali, oggi, il giudizio si è equilibrato, a tutto vantaggio della corretta comprensione dei fenomeni artistici.
Già dal titolo della presente mostra si noterà una differenza, non piccola, con il tema della rassegna del 2006: non più solo opere di pertinenza della Pinacoteca comunale, ma anche quadri di collezioni private.
Indubbiamente i quattro dipinti di natura morta ottocentesca, di area lombarda, esposti a Faenza per la prima volta grazie alla disponibilità di collezionisti che con grande sensibilità hanno accettato di prestarli, sono la sorpresa più eclatante di questa mostra, anche perché sono stati accostati all’unico della serie già da anni di proprietà comunale.
L’artista, al momento sconosciuto, è un pittore di grande qualità, degno di figurare accanto ai più importanti autori di natura morta dell’area padana del XIX secolo: l’eccezionale occasione offerta da questa apparizione potrà, lo speriamo, contribuire anche alla soluzione di un intrigante problema critico.

Sauro Casadei

OPERE